Fuga con lenzuola e scope, tre albanesi evasi da Rebibbia

Hanno segato le sbarre della loro cella, poi hanno atteso il momento propizio, in questo caso il terremoto, che ha costretto l’amministrazione penitenziaria a trasferire nel loro carcere, quello di Rebibbia a Roma, chi scontava la pena nella struttura di Camerino, danneggiata dalle scosse. Così nella notte, quando forse l’attenzione dei più era concentrata proprio su quell’attività, sono riusciti a scappare, nel modo più semplice e, forse per questo, più sorprendente. I tre detenuti hanno utilizzato delle lenzuola e delle scope, le hanno legate insieme e poi le hanno usate per scavalcare il muro della loro sezione, all’altezza di una garitta, come questa. La garitta era incustodita, come del resto tutte le altre lungo l’intero muro di cinta dell’istituto, dopo l’adozione nelle carceri della cosiddetta sorveglianza dinamica, affidata alle telecamere e non più alle sentinelle. Un sistema fortemente contestato proprio da chi la sorveglianza e la sicurezza dovrebbe garantirle. “Noi paghiamo una politica scellerata messa in atto dall’amministrazione per quanto riguarda l’abbattimento della sicurezza ai livelli minimi. Cioè, il poliziotto non è più in sezione. Fa saltuari controlli. Questa è la tecnica voluta dall’amministrazione, che chiamano sorveglianza dinamica. Quando la gente non è più in sezione, è facile che questi riescano a segare le sbarre, a occultare le sbarre e poi a evadere”. I tre evasi sono albanesi, condannati per vari reati, uno addirittura all’ergastolo per omicidio. I sistemi di anti-scavallamento non hanno funzionato, pare, e così forse anche le telecamere. Una serie di falle, insomma, che spetterà alla Procura verificare. Dal DAP intanto nessun commento. “C’è un’inchiesta in corso – ci dice il Capo dipartimento – stiamo dando la massima collaborazione e non possiamo al momento dire nulla”.


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