Gerusalemme capitale, venerdì ad alta tensione

È un venerdì di preghiera ad alta tensione, quello di oggi a Gerusalemme e nei territori occupati, dopo l’annuncio del Presidente americano Donald Trump di spostare nella città sacra a tutte e tre le religioni monoteiste la sede della propria ambasciata, riconoscendola quindi de facto come capitale dello stato ebraico. “Ho mantenuto la mia promessa elettorale, gli altri non lo hanno fatto”, il commento dell’inquilino della Casa Bianca apparso su Twitter. Hamas ha chiamato per oggi alla nuova intifada. Le strade della Città Santa sono presidiate da un massiccio dispiegamento di forze di polizia, soprattutto nei pressi della Spianata delle Moschee, dove migliaia di palestinesi si riuniscono oggi per pregare, ma anche per far sentire la propria voce. Già nella giornata di giovedì ci sono stati scontri: decine di persone sono rimaste ferite dal lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma utilizzati dalla polizia israeliana; dalla Striscia di Gaza sono partiti razzi in risposta. Intanto vacilla, in queste ore, la possibilità di un incontro tra il Vicepresidente americano Mike Pence, in arrivo nella regione il 17 dicembre, e la leadership palestinese. Jibril Rajoub, uno degli uomini di punta di Fatah, il partito di Abu Mazen, ha fatto sapere che Pence non è il benvenuto in Palestina e che l’incontro con il Presidente palestinese, previsto per il 19 dicembre, non ci sarà. Secondo quanto riportato dalla BBC, la Casa Bianca avrebbe ammonito i palestinesi a non far saltare l’incontro. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza anche in Iran, dopo aver accolto l’appello dei Guardiani della Rivoluzione. “Al-Quds – ovvero Gerusalemme – appartiene a tutti i musulmani e resterà islamica”, uno degli slogan più gridati. Per oggi è stata fissata anche una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.


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