Italiani rapiti in Libia, liberi dopo 45 giorni

Liberi, dopo un mese e mezzo di prigionia, Danilo Calonego, sessantasei anni, e Bruno Cacace, cinquantasei, i tecnici italiani della Con.I.Cos., rapiti lo scorso 19 settembre nel sud della Libia, sono di nuovo in Italia, al sicuro. “Non abbiamo subìto violenze, ci hanno dato acqua e cibo”, hanno spiegato agli investigatori del ROS e al PM di Roma Colaiocco, che ha aperto un’inchiesta per sequestro con finalità di terrorismo. Sentiti per sette ore nella caserma dei carabinieri di via di Ponte Salario, con il collega canadese, liberato con loro, hanno spiegato di essere stati sempre insieme, dal sequestro alla liberazione, prigionieri di criminali comuni, non jihadisti, dunque, come si temeva. “Bevevano alcol e non pregavano”, hanno raccontato i due italiani. La svolta con un blitz delle forze di sicurezza libiche, con la collaborazione della nostra intelligence, a 300 chilometri da Ghat, a sud della Libia, al confine con l’Algeria. Nella stessa zona Calonego e Cacace erano stati sequestrati da un gruppo armato. Era il 19 settembre scorso, erano in auto, vicino all’aeroporto di Ghat, appunto, presso il quale la Con.I.Cos., la loro azienda, faceva lavori di manutenzione. Le autorità locali avevano escluso da subito la pista terroristica, ma il timore che potessero essere ceduti a gruppi di miliziani era forte. Poi, a ottobre, la notizia e la richiesta di riscatto, smentita dall’Italia. Per capire come siano andate effettivamente le cose ci vorrà del tempo. L’importante è che ora possano tornare a casa, in provincia di Cuneo e di Belluno.


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