Roma, malato di cancro muore al pronto soccorso dopo 56 ore

Un malato terminale muore dopo cinquantasei ore nello stanzone di un pronto soccorso, nella sala per i cosiddetti codici bianchi e verdi, i casi meno gravi in mezzo al caos. Succede a Roma, nel 2016, all’ospedale San Camillo. A denunciarlo il figlio, Patrizio, giornalista di Askanews, che ha scritto questa lettera al Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, in cui racconta quello che ha passato. “Quello che dà fastidio è la mancanza di rispetto verso un malato terminale, a cui non viene garantita la dignità. Tu muori in un pronto soccorso, con i vagabondi e i tossicodipendenti, e tu sei un malato di cancro poggiato lì così, e nessuno si preoccupa. Perché poi infermieri e medici si parlano e dicono: quello è un destinato. Ho scoperto che usano questa parola “destinato”, è una persona che sta per morire e, quindi, vale quello che vale. Per loro quasi zero”. Il peggio durante l’orario delle visite. “Arrivavano decine di persone e, chiaramente, passavano, guardavano, in alcuni casi anche si fermavano a guardare mio padre in quelle condizioni. Allora, mi chiedo: questo è giusto? C’era un paravento vero, che però non era sufficiente. Quindi, poi noi abbiamo usato il maglioncino di mia moglie, lo abbiamo attaccato fra il paravento e il muro, e dall’altra parte, invece, mi ero messo io a fare barriera, che era il minimo che si potesse garantire, un po’ di privacy”. Il Direttore sanitario dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini si difende: “Gestiamo ogni anno più di novantamila accessi. Il signor Cairoli era nell’area dei codici verdi, perché lì è consentita la visita ai familiari in maniera più continuativa”. Ma per Patrizio questa giustificazione non sta in piedi. “Ma io mi chiedo se è normale che mio padre sta morendo e a venti centimetri c’è uno che si sta mangiando il panino con la porchetta e ride con la moglie”. Il Ministro della salute ha annunciato l’invio degli ispettori. A Patrizio ora resta solo la speranza che quello che è successo a suo padre non si ripeta più.

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