Base jumping mortale, saltatore si schianta a Chamonix

Non dimenticare di salutare, prima di saltare: era questo il mantra di Ratmir Nagimyanov, 29 anni, russo, di professione base jumper, trentacinquesima vittima del 2016 del sogno di volare di noi umani. Ratmir si è lanciato con la sua tuta alare da quota 3.800, sui monti di Chamonix. Ha salutato, come faceva sempre, e senza esitare ha aperto le sue ali. Qualcosa però è andato storto, e dopo un volo di 3.000 metri, si è schiantato contro una casa poco distante dal centro abitato. Il rumore sordo è stato udito a centinaia di metri di distanza, mentre la gendarmeria non ha potuto fare altro che aprire un’inchiesta. Il giovane russo va ad aggiungersi ad una lunga serie di morti in tuta alare: 23 gli incidenti mortali, nel corso dell’estate; agosto, il mese nero. Nel giro di pochi giorni sono scomparsi il base jumper meranese Armin Schmieder, schiantatosi in diretta Facebook nel cantone svizzero di Berna, non lontano da dove pochi giorni prima era morto un altro lanciatore italiano, Uli Emanuele. A Chamonix era scomparso, sempre ad agosto, anche l’italo-norvegese Alexander Polli, che non è riuscito ad evitare l’impatto mortale con un albero. Il base jumping non è solo uno sport estremo che richiede preparazione e migliaia di ore di esercitazione, con istruttori di provata esperienza; è uno stile di vita, un modo di cesellare la propria esistenza, partendo da un grezzo di adrenalina che, come una droga dà dipendenza, ma che spesso dà anche notorietà e ricchezza. Basta essere pronti ad affrontare ogni giorno come fosse l’ultimo.

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