Battaglia Mosul, i racconti dei profughi in fuga

Il campo di Hasan Sham si trova a 20 chilometri a est di Mosul. È stato aperto due settimane fa, quando gli scontri tra l’esercito iracheno e l’Isis hanno raggiunto le porte della città. All’entrata del campo le donne, in fila, gettano i veli neri che coprono loro il volto: è la prima volta dopo due anni vissuti sotto le rigide imposizioni dello Stato islamico. È il primo gesto di liberazione dopo la fuga. I civili arrivano al campo stipati su grandi camion. Gli uomini vengono subito separati dalle donne e dai bambini per essere perquisiti, perché c’è il rischio che tra loro si nascondano miliziani dell’Isis. Husain è arrivato al campo con il figlio. “Si combatte strada per strada. Eravamo terrorizzati. Molte famiglie sono costrette dall’Isis a non uscire di casa. Molte altre sono state forzate a spostarsi dal villaggio a Mosul. Sarà un bagno di sangue. Ringrazio Dio di aver salvato me e mio figlio. Ringrazio Dio che mio figlio non sarà costretto a combattere e a morire per loro”. Intere famiglie si riuniscono qui, tra lacrime e abbracci, dopo essere state costrette a una separazione lunga due anni e quattro mesi. Hana è fuggita da Gogjali. In questo campo profughi ha ritrovato suo marito. “Mio marito era ad Erbil. Per mesi non siamo nemmeno riusciti a parlare al telefono. Avevo paura di essere frustata in piazza, o peggio, arrestata dalla polizia islamica. Ho fatto un buco nel pavimento della mia camera. Ho nascosto il mio telefono lì dentro. Ogni volta che lo usavo tremavo di paura. Temevo che non avrei rivisto mai più mio marito. Oggi inizia la nostra nuova vita”.

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