Colombia, vince no al referendum sulla pace con le Farc

Un “no” che suona come uno schiaffo. Dopo la trionfale cerimonia con cui il Governo di Bogotà e i rappresentanti delle FARC avevano siglato l’accordo che ha chiuso cinquantadue anni di guerra, ci si aspettava che il popolo accogliesse questo storico passo con un plebiscito. E invece no! Chiamati a ratificare l’accordo, i colombiani hanno, seppure con un margine minimo, fatto prevalere il fronte degli oppositori. Diversi i motivi che hanno portato il Paese latinoamericano a questo esito, ma probabilmente il principale è l’alto astensionismo. E sono in molti a parlare di “effetto Brexit”, alludendo alla scarsa consapevolezza di quanti hanno votato sul reale significato del quesito. In altre parole, ha prevalso la volontà di sconfessare il Governo di Juan Manuel Santos più che l’intesa. Per questo, entrambe le parti, esecutivo e guerriglieri, hanno ribadito di voler proseguire il cammino di pace, ma come? È una domanda a cui oggi è difficile dare una risposta precisa. L’Avana e il Vaticano, promotori in prima fila dell’intesa, hanno rinnovato la disponibilità a continuare le trattative, sebbene ci sia ora una profonda sfiducia nei confronti del Governo e delle FARC di mobilitare un Paese che, comunque, ha pagato un prezzo altissimo in oltre mezzo secolo di guerra. Una volta sciolto questo dubbio, non da poco, bisogna dire che chiunque si siederà al tavolo delle trattative dovrà essere consapevole che i nodi sono molti e intricati. Nel merito, il primo da sciogliere è la questione della giustizia transitoria accordata ai guerriglieri, un progetto di legge di amnistia che prevede il perdono per tutti quei guerriglieri che non hanno commesso reati riconosciuti dallo Statuto di Roma, come crimini contro l’umanità, tortura, sequestro o reclutamento di bambini.

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