Dabiq in Siria liberata dall'Isis, ora verso Mosul in Iraq

È la città della profezia, dove la battaglia finale si sarebbe dovuta concludere con la vittoria dell’Islam sui cristiani, ma a Dabiq, come anche a Soran, i soldati del sedicente Stato islamico, che pure avevano preannunciato violenti scontri, si sono ritirati dopo un accenno di resistenza. Le due città siriane, vicine al confine turco, dall’enorme valore simbolico per il mondo islamico, controllate finora dal califfato, sono state riconquistate dall’Esercito Siriano Libero, una delle forze di opposizione al regime di Assad, con l’appoggio dell’aviazione dei carri armati inviati dalla Turchia. I soldati esultano per la conquista e annunciano: “Adesso si punta alla citta di Raqqa”. Raqqa è ancora nelle mani dell’Isis, come del resto Mosul in Iraq. Qui migliaia di soldati hanno preso posizione in attesa che arrivi l’okay all’offensiva, che dovrebbe liberare la città da oltre due anni sotto il controllo dell’Isis. “Mosul è la testa del serpente. Se la distruggiamo sarà tutto più facile”. “Riceviamo molte chiamate da persone che fanno parte dell’Isis, che vogliono andarsene e darci informazioni e dicono di essere pronte ad aiutare l’esercito iracheno”. La vendetta del sedicente Stato islamico su chiunque sia sospettato di tradimento è feroce e si è già scagliata su una sessantina di uomini accusati di ribellione. Mentre gli jihadisti continuano a rafforzare i sobborghi con trincee, barricate e muri, le organizzazioni umanitarie avvertono sul pericolo che – come già accaduto dopo la liberazione di Falluja – centinaia di migliaia di civili restino intrappolati tra gli scontri e che l’offensiva per la riconquista di Mosul possa generare oltre un milione di profughi. Famiglie che, con l’inverno in arrivo, avranno bisogno di immediata assistenza umanitaria. Dal marzo di quest’anno 150.000 persone hanno tentato la fuga lungo il cosiddetto “corridoio di Mosul” e nei campi improvvisati, come questo, manca tutto, dal cibo all’acqua, alle medicine. Uomini, donne e bambini dormono per terra all’interno di tende in cui non c’è nulla. Molti feriti avrebbero bisogno di interventi chirurgici e cure mediche. Gli aiuti arrivano a singhiozzo e i volontari avvertono: “La sopravvivenza di migliaia di famiglie è a rischio”.

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