Femminicidio, Italia condananta per diritti umani violati

È la prima volta che l’Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti umani per un omicidio avvenuto fra le mura domestiche e che, forse, si sarebbe potuto evitare. I giudici di Strasburgo ritengono che il nostro Paese abbia sottovalutato le denunce di una donna moldava residente in Friuli, che aveva più volte segnalato alle forze dell’ordine le violenze subite dal marito. L’uomo, un moldavo di 49 anni, muratore, il 26 novembre del 2013 uccise con una coltellata il figlio Ion, di appena 19 anni, che era intervenuto per difendere la madre. A Remanzacco, in provincia di Udine, marito e moglie litigarono proprio a causa dell’ennesima denuncia presentata dalla donna, quando la discussione degenerò e terminò in tragedia. Andrei Talpis, questo il nome dell’omicida, ferì gravemente anche sua moglie, che rimase ricoverata per alcuni giorni in gravissime condizioni nell’ospedale di Udine. Poco prima del delitto, il moldavo era stato fermato in stato di ubriachezza, ma poi fu rilasciato. La Corte di Strasburgo ritiene che lo Stato italiano non abbia fatto nulla per aiutare questa donna e proteggerla, assieme a suo figlio, dagli attacchi del marito. “Andava immediatamente riconosciuta la pericolosità della situazione. Da un punto di vista amministrativo, ci doveva essere l’assunzione di responsabilità delle amministrazioni locali di dover pagare una retta, che hanno rifiutato, per dare la possibilità alla signora di essere in una casa rifugio”. È mancato tutto, ha dichiarato uno dei due legali autori del ricorso alla Corte europea dei diritti umani. Non si sono applicate le leggi che potevano essere, invece, applicate e non si è data la possibilità alla donna di essere protetta in una casa rifugio. Andrei Talpis è stato condannato all’ergastolo l’8 gennaio del 2015 dal GUP del tribunale di Udine. Per la Corte, l’Italia ha violato tre articoli della Convenzione europea dei diritti umani: gli articoli 2 e 3 e l’articolo 14, che rileva come Elizaveta Talpis sia stata vittima di discriminazione, in quanto donna, a causa della mancata azione delle autorità. I giudici le hanno riconosciuto 30.000 euro per danni morali e 10.000 per le spese legali.


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