Gerusalemme, arrestati 15 palestinesi dopo attentato

La risposta di Israele è stata, come di consueto, rapida e risoluta: nemmeno ventiquattr’ore dopo che Misbah Abu Sbeih, un palestinese militante della formazione islamista al-Murābiṭūn, aveva ucciso due cittadini israeliani e feriti altri otto, le forze di sicurezza hanno arrestato quindici palestinesi. Tra loro diversi esponenti della famiglia dell’attentatore che, a vario titolo, avrebbero fiancheggiato l’uomo nella sua ultima missione. Da valutare ora la pena nei confronti dei quindici arrestati, ma è molto probabile che saranno espulsi, probabilmente a Gaza. I dubbi da sciogliere, da un punto di vista investigativo, riguardano soprattutto chi ha fornito le armi all’attentatore. Secondo la ricostruzione della Polizia israeliana, Abu Sbeih, quando è stato abbattuto, era in possesso di diversi caricatori per M16 e di una granata. Capire chi e perché abbia armato l’uomo è il punto principale per rispondere alla domanda se si tratti di un lupo solitario che ha agito da solo, magari con la copertura di una rete limitata di conoscenti, oppure se di un terrorista legato a una rete più ampia. Il ritratto di Abu Sbeih fa propendere per questa seconda ipotesi. Era un noto militante della formazione radicale al-Murābiṭūn, legata ad Ḥamās, e il giorno dopo sarebbe dovuto recarsi in prigione per scontare una condanna a quattro mesi per la sua attività di agitatore. Come se non bastasse, subito dopo la sua morte, è andato in onda, sulla TV di Ḥamās, il suo testamento, in cui invitava gli altri palestinesi a unirsi alla lotta e accusava Israele di tentare di espropriare i luoghi santi. In serata, la figlia ha postato su Facebook un video in cui lodava il padre, mentre Ḥamās stessa lo ha definito il leone di Gerusalemme. Ora le misure di sicurezza, in vista delle prossime festività ebraiche dei Tabernacoli o del Kippur, sono ai massimi livelli. La tensione è palpabile e si teme una nuova ondata di violenze, dopo la cosiddetta “Intifada dei coltelli”, un ulteriore focolaio in un Medioriente già divorato dall’incendio siro-iracheno, che rischia di destabilizzare ulteriormente l’area più incandescente del pianeta.

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