I muri di Trump, le voci di chi è colpito dal decreto

“Quello che Trump sta facendo non ha niente a che vedere con la sicurezza”. Vive in Germania, ma le sue origini sono iraniane. È un parlamentare tedesco, ma è anche tra le milioni di persone che improvvisamente non possono più entrare negli Stati Uniti. Molti come lui o in condizioni decisamente più drammatiche, essendo rifugiati in fuga da conflitti, sono all’improvviso ostaggi di funzionari aeroportuali. “Se possiedi anche solo un minimo di conoscenze politiche sai che, ad esempio, l’Arabia Saudita è molto, ma molto più compromessa sul piano del terrorismo e del sostegno all’Isis rispetto all’Iran, eppure non è sulla lista nera di Trump”, spiega un altro cittadino tedesco di origini iraniane, bloccato all’imbarco del suo volo. Ci sono migliaia, anche decine di migliaia di persone in attesa di partire, persone che hanno atteso anche quattordici anni per ottenere un visto, che hanno pagato 2.000 dollari, hanno venduto case, trasferito i propri conti correnti ed ora sono bloccati in una terra di mezzo. Persone che hanno il loro coniuge in America o i loro figli, che ora non possono rivedere. “Chi pagherà per loro?” si chiede un operatore turistico iraniano che lavora in Turchia, dove transitano i tanti che da Teheran partono proprio per gli Stati Uniti. Questa donna arriva, invece, da Homs, in Siria, appena sbarcata in Italia attraverso un corridoio umanitario. La prima cosa che spiega è che l’Islam è pieno di persone buone ed oneste e che non ci sono terroristi tra i rifugiati, mentre un altro siriano spiega che Donald Trump dovrebbe avere a cuore chi scappa dalle guerre. Intanto, per chi è già in America, come questa rifugiata somala, la situazione è ugualmente drammatica: “Pensavo di poter finalmente riabbracciare mio figlio dopo tanti anni, ma ora non sembra più possibile. Io non ho alcun potere, non posso far niente. Sono solo una madre disperata. Presidente, ci ripensi”.


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