Omicidio Cutuli, 24 anni di carcere per 2 afghani

È il 19 novembre 2001. Sulla strada tra Jalalabad e Kabul, a 90 chilometri dalla capitale, sta passando un gruppo di giornalisti. Un commando armato assalta il convoglio e i quattro reporter muoiono. Tra loro Maria Grazia Cutuli, inviata trentanovenne del Corriere della Sera. A distanza di sedici anni esatti da quel delitto ecco le prime condanne: 24 anni per i due imputati, Mamur e Zar Jan, comminati dalla Corte d’Assise di Roma. L’accusa ne aveva chiesti 30 per entrambi, contestando anche la rapina per il furto di una radio, un computer e una macchina fotografica. Un processo complesso iniziato nel 2015 dopo una lunghissima fase di ricorsi respinti, atti annullati, richieste di custodia cautelare negate e assoluzioni di altri indagati, fino al rinvio a giudizio dei due condannati. Per la Procura si trattò di un omicidio politico conseguenza di azioni di guerriglia indirizzate verso giornalisti stranieri per strumentalizzare i media e convincere l’opinione pubblica occidentale che l’Afghanistan fosse ingovernabile da parte delle forze di occupazione. Maria Grazia Cutuli era nel Paese asiatico da un mese. Negli ultimi giorni aveva lavorato a Jalalabad sui covi di Al Qaeda distrutti dagli americani. I due imputati, in carcere da anni, dovranno anche risarcire 250.000 euro alle parti civili, cioè RCS e famiglia. La condanna in Italia conferma quella inflitta all’estero, ma ha un altro valore, dice l’avvocato dei familiari, Caterina Malavenda. La sentenza non restituisce Maria Grazia, ma conforta i parenti che sanno che lo Stato c’è e ha fatto il suo dovere. Mentre i legali dei due afgani, nell’annunciare il ricorso in appello, parlano di tantissimi profili da approfondire e di una decisione che non rende giustizia.


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