Russiagate, le tappe dello scandalo

È il 19 marzo 2016, quando il capo della campagna elettorale John Podesta dell’ex first lady Hillary Clinton riceve un’e-mail che lo invita a cambiare la password del suo account Google. Si tratta di un tranello che permetterà agli hacker responsabili dell’attacco di accedere alla sua casella di posta elettronica. Il caso passa nelle mani di una società specializzata che scopre gli autori del raggiro. Si tratta di due esperti informatici legati all’intelligence russa. Lo scopo è chiaro: destabilizzare la campagna elettorale dei democratici diffondendo informazioni e dati sensibili da utilizzare a sostegno di Trump. Dopo mesi di indagini, a luglio 2016, anche CIA, FBI e Agenzia Nazionale per la Sicurezza confermano che dietro l’hackeraggio c’è il Governo russo. Solo dopo l’elezione del candidato repubblicano l’intelligence americana afferma che la Russia è intervenuta nelle elezioni per rafforzare Donald Trump. Accusa appoggiata anche da Barack Obama che dichiara di aver ricevuto prove sulle responsabilità russe. Trump nega, il Cremlino reagisce. Il direttore dell’FBI, James Comey, riferisce davanti alla Commissione di intelligence della Camera statunitense. Le sue parole gli costano il posto. Il 10 maggio Trump lo rimuove dall’incarico ma l’inchiesta procede. Pochi giorni dopo Trump viene accusato di aver rivelato alla Russia informazioni altamente riservate durante un incontro nello Studio Ovale con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergej Kislyak. Ma la pietra dello scandalo è l’incontro avvenuto il 6 gennaio quando Trump, quattro mesi prima di licenziarlo, chiede a Comey di lasciar perdere le indagini su quello che allora era il suo consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn. “È un bravo ragazzo” avrebbe detto Trump. Per l’FBI, invece, è un uomo chiave nell’inchiesta per le sue conversazioni con l’ambasciatore russo Kislyak, avvenute a dicembre 2016. Colloqui proibiti dalla legge americana perché all’epoca Flynn, benché membro della squadra di transizione di Trump, non aveva ancora assunto alcun incarico governativo.


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