Sei anni fa iniziava la guerra in Siria

Agosto 2016. Omran, cinque anni: il viso coperto di polvere e sangue sopravvive al bombardamento della sua casa ad Aleppo. È vivo, ma i suoi occhi attoniti sono altrove, senza una lacrima. Quel suo gesto così naturale, di pulirsi, è così piccolo e, allo stesso tempo, sconvolgente. Inchioda tutti noi. La drammatica guerra in Siria ha tante, troppe immagini simbolo strazianti come questa. Moltissime riguardano i bambini, prime vittime della mattanza in atto da sei anni, trucidati, disperati, affamati. Quasi tutte le immagini raccontano sei anni di guerra civile fatta sulla pelle della popolazione civile. Chi non è morto è esule altrove. Dal 2011 le vittime sono tra 310.000 e 440.000. Di queste, quasi 100.000 sarebbero civili, di cui 20.000 bambini. Gli sfollati sono oltre 11 milioni. Tutto inizia, dunque, il 15 marzo 2011, come atto di ribellione e di protesta contro il regime antidemocratico liberticida di Assad. I siriani chiedono dignità, diritti e fine della corruzione. Tutto parte da Daraa, prima città martire. Le manifestazioni, i cortei, le barricate. La repressione violenta dell’esercito governativo di Damasco è totale. Fuoco sui dimostranti e quartieri sotto attacco. Ragazzi di 13 anni arrestati e torturati a morte, come Hamza, ucciso a maggio 2011. La stessa Clinton, allora Segretario di Stato USA, inorridita, chiede al Governo di Damasco di porre fine alle brutalità e iniziare una transizione democratica. Parole cadute nel vuoto, come tutti gli appelli della comunità internazionale dell’Onu. Nel frattempo, l’opposizione si islamizza con affiliati di Al Qaeda. L’inferno siriano è ancora in atto. L’Isis si è imposto complicando la situazione. Nel 2014 i miliziani sfilano a Raqqa e annunciano la creazione del Califfato islamico. Pochi mesi dopo, Obama dà il via libera ai raid anti Isis in Siria. Lo straordinario sito archeologico di Palmira viene profanato e distrutto dall’Isis nel 2015. Da una parte, sul terreno, quindi, si affrontano i jihadisti del Califfato e le forze democratiche di posizione guidate dai curdi e sostenute da alleanza occidentale e il Governo di Damasco, appoggiato da Mosca che, con il pretesto di combattere le milizie islamiche, non risparmia colpi contro i ribelli. In mezzo, i civili. Nel 2016, ad Aleppo, la popolazione è decimata. Un esodo biblico di massa. La città, rasa al suolo dalle forze governative, non esiste più, ridotta a un gigantesco cumulo di macerie, un cimitero all’aria aperta. Tante le tregue finite nel sangue. Ora i negoziati di Astana, in Kazakistan, danno nuove speranze. I pilastri della trattativa sono Russia, Turchia e Iran. Gli Stati Uniti parteciperanno solo in qualità di osservatori. Poche le aspettative, ancor meno le illusioni.


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