Trump presidente, polemiche su nomine governo

Completare il puzzle delle nomine non è semplice per chi non ha mai voluto avere nulla a che fare con Washington. E ora Donald Trump si trova nel mezzo di una lotta senza esclusione di colpi tra chi lo ha sostenuto dal primo momento e vuole avere voce in capitolo sulle 4.000 nomine della nuova amministrazione, a partire però dai membri del Governo. Vittima di questo fuoco incrociato potrebbe essere anche l’ex Sindaco di New York, Rudy Giuliani, fido scudiero di Trump durante tutta la campagna, e ora in corsa per la poltrona di Segretario di Stato. Ma nelle ultime ore sono riemersi quegli scheletri nell’armadio che gli avevano già ostacolato nel 2007 la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Il suo studio legale, infatti, ha intrattenuto negli anni i rapporti con il Qatar, con il Venezuela di Chávez, con l’Iran: amici pericolosi quando si punta a guidare la diplomazia e l’azione internazionale del Paese, fanno notare molti osservatori e anche alcuni esponenti della squadra di transizione, che continua a perdere pezzi. Dopo la sostituzione di Chris Christie con il Vice Presidente in pectore, Mike Pence alla guida del team, ad andarsene è stato Mike Rodgers, un deputato repubblicano moderato, indicato inizialmente come possibile futuro capo della CIA. Questo farebbe pensare che Trump è determinato a portare avanti l’area più oltranzista e meno dialogante del partito. Ma ormai ci si sta abituando all’idea che quando si tratta del tycoon di New York, non si può dare nulla per scontato, se non il fatto che, comunque componga la sua squadra di Governo, potrà contare su un Congresso amico, a maggioranza repubblicana. Congresso che oggi ha confermato Paul Ryan come speaker. Intanto Trump continua a twittare. “I social media mi hanno permesso di arrivare ad un pubblico vastissimo, nonostante il boicottaggio da parte della stampa”, aveva spiegato nella sua prima intervista dopo le elezioni, e nelle ultime ore li ha usati soprattutto per far passare un messaggio: seppure Hillary ha preso più voti, questo è successo, in fondo, perché lui l’ha permesso, non andando a fare campagna in quegli Stati che sarebbero già andati sicuramente ai repubblicani. Una mossa che non gli avrà forse garantito la maggioranza dei consensi, ma che gli ha permesso di espugnare la Casa Bianca.

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