Doveva essere una samba, si è rivelata musica da saudagi. A Belem in Brasile, si è chiusa con un accordo malinconico in tono minore la conferenza sul clima delle Nazioni Unite numero 30. L'attesa roadmap per abbandonare gas, petrolio e carbone non c'è, al suo posto una versione annacquata, l'unica a trovare il consenso di 194 paesi durante una plenaria a ostacoli interrotta per diversi minuti per contestazioni sulla procedura. La formula adottata è un percorso per spingere a fare di meglio sugli obiettivi climatici che i singoli paesi sulla base dell'accordo di Parigi sono tenuti a presentare per limitare il riscaldamento globale a 1,5° rispetto ai livelli preindustriali. Una soglia pericolosa che temporaneamente abbiamo superato, soprattutto per colpa di quelle fonti fossili che il testo non è riuscito a inserire. È mancato il consenso, il meccanismo che regola le COP, è mancato soprattutto perché nelle ultime ore i paesi arabi sono usciti allo scoperto respingendo qualsiasi riferimento ai combustibili fossili nel testo. Nessun passo avanti, dunque, rispetto a quell'unica storica menzione di due anni fa a Dubai, pochi passi avanti invece sulla finanza climatica. Per un gruppo di petrostati che si oppone, ce n'è però uno che guarda verso il futuro. La Colombia, uno dei principali esportatori di petrolio che però negli ultimi anni ha deciso di cambiare rotta, lancia una sorta di coalizione dei volenterosi per l'uscita dai combustibili fossili. Organizzerà una conferenza ad aprile a cui stanno già aderendo decine di paesi. Se rappresenterà il futuro della diplomazia climatica, lo vedremo nei prossimi mesi. .























