C'è già un punto su cui la COP 30, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite in corso in Brasile, si distingue dalle edizioni degli ultimi anni, le proteste. Gli attivisti sono liberi di manifestare lungo le strade di Belem, così come non accadeva dalla COP26 di Glasgow nel 2021. Era da allora che una COP non si svolgeva in un paese democratico, un dettaglio che non aggiunge soltanto colore, ma che serve a tenere alta l'attenzione e a mettere pressione sulle due settimane più importanti per la lotta alla crisi climatica. Il negoziato entra dunque nella fase finale, parte la seconda e ultima settimana di un vertice, la più delicata. C'è da dimostrare che il multilateralismo è ancora vivo, nonostante Trump; c'è da capire che ruolo gioca l'Unione Europea, che tiene dritta la barra sui propri obiettivi, ma sembra crederci meno che in passato, e soprattutto si guarda alla Cina, principale emettitore, ma anche leader della transizione globale. Un elettrostato che alle COP di solito sceglie il basso profilo mandando avanti i paesi alleati. Nei prossimi giorni i ministri arriveranno o torneranno a Belem per cercare di sciogliere i nodi in vista di un testo che dovrà essere approvato per consenso. L'asticella della presidenza brasiliana sembra fissata sulla fuoriuscita dalle fonti fossili responsabili della crisi climatica. Da quando è stata messa nero su bianco due anni fa, non sono stati fatti passi avanti. Se si andrà via da Belem con una road map per questa fuoriuscita, allora si potrà guardare ai 10 anni dell'accordo di Parigi con meno amarezza. .























