Lampedusa, 6 anni fa il naufragio dei 200 migranti

Un padre prega davanti a quel mare che si è portato via il figlio senza mai restituirne il corpo. Refat, siriano, torna a Lampedusa ogni anno, come altri familiari delle vittime del naufragio del 10 Ottobre 2013. 200 morti, molte donne e molti bambini, chiusi nella stiva di un barcone scomparso tra le onde. Si uniscono alla preghiera collettiva dei sopravvissuti alla strage avvenuta appena una settimana prima, il 3 ottobre di quell'anno, al largo di Lampedusa. 368 furono i morti, tutti eritrei. “Aprire i canali umanitari, intendo corridoi umanitari, andare a sostenere i paesi in transito e andare a incidere nei paesi d'origine, perché non basta chiudere i porti, perché spendiamo solo i soldi e contiamo solo i morti”. Insieme con le centinaia di studenti arrivati da vari paesi d'Europa, per tentare di capire un fenomeno, quello dell'immigrazione, difficile da comprendere a distanza, sfilano in corteo per le strade dell'isola fino alla Porta d'Europa, poi si imbarcano sulle motovedette e sui pescherecci per raggiungere, a meno di 2 miglia, il punto in cui il barcone, carico di eritrei, si inabissò, spezzando 368 vite. A bordo di una motovedetta della Guardia di Finanza raggiungiamo il luogo del naufragio per la cerimonia commemorativa, e quest'anno sulle barche dei pescatori ci sono anche le centinaia di studenti arrivati a Lampedusa da tutta Europa. Dopo quel tragico ottobre di sei anni fa si disse “mai più morti” e invece: “Da quella data i morti sono stati 19 mila. Solo quest'anno sono stati più di mille i morti nel Mediterraneo. Ribadiamo che la Libia è un Paese in guerra. La situazione è peggiorata negli ultimi mesi, è stata l'estate più violenta di sempre e le persone salvate in acque internazionali non devono essere portate in Libia”. Mentre sull'isola si ricordano le stragi in mare, viene soccorso l'ennesimo barcone. A bordo 70 profughi fuggiti dalla Libia, dalla guerra e dalle torture. La Libia, che non è un porto sicuro, ricordano le organizzazioni umanitarie. “Venerdì è stato ucciso un ragazzo in Libia, sbarcato alla Guardia Costiera. Voleva scappare, non andare in un centro di detenzione. Chissà quante volte una cosa del genere è successa e non c'era nessuno che ha potuto vederlo forse, come chissà quanta gente è morta in mare e non ci sono stati testimoni. Il problema dei flussi migratori che arrivano dalla Libia non è un problema in termini numerici, ma umanitari. I numeri sono bassi, ma ci sono tantissime persone che soffrono enormi violazioni di diritti umani in Libia e se ne parla troppo poco”.


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