Muore con suicidio assistito in Svizzera, aperta inchiesta

Ci sarebbe una grave forma di depressione alla base del suicidio assistito di un ingegnere italiano di 62 anni, che ha scelto di porre fine alla sua vita in una clinica in Svizzera. L’uomo, originario di Albavilla, aveva scritto una lettera indirizzata ai servizi sociali del suo Comune, giunta due giorni dopo il suo decesso. All’interno, in poche righe, c’era la sua decisione di farla finita, insieme con le sue ultime volontà: la scelta del rito civile per il suo funerale e il desiderio di essere sepolto accanto al fratello. Un caso diverso da quello che qualche mese fa aveva scosso e diviso il nostro Paese: l’ultimo viaggio di dj Fabo, il giovane divenuto cieco e tetraplegico dopo un grave incidente stradale, che nel febbraio scorso aveva scelto il suicidio in una clinica svizzera di Zurigo, accompagnato dal radicale Marco Cappato. Nel caso dell’ingegnere di Albavilla non c’è alcuna patologia incurabile alla base della scelta di morire in Svizzera. Il suo era un male diverso, più subdolo e oscuro, per il quale era in cura da tempo in un centro psicosociale. La Procura di Como ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio dopo che la salma dell’ingegnere di Albavilla è rientrata in Italia con un certificato di morte che parlava di “decesso non per cause naturali”. Al vaglio ci sarebbe anche la posizione di un amico dell’uomo che lo aveva accompagnato alla stazione di Chiasso, al confine con la Svizzera. Il sospetto degli inquirenti è che qualcuno, consapevole della sua decisione di voler morire tramite suicidio assistito, lo abbia aiutato ad organizzare l’ultimo viaggio. Si attendono i risultati dell’autopsia e, soprattutto, degli esami tossicologici sul corpo per conoscere la sostanza che ha causato la morte dell’uomo. Le indagini non saranno semplici. Sarà necessaria una rogatoria in collaborazione con le autorità elvetiche per ottenere documenti, cartelle cliniche e ascoltare testimoni che possano far luce sull’intera vicenda.


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