Rogo alla Thyssen, 10 anni fa l'inferno

Fuoco e fiamme, grida di dolori atroci e odore di carne bruciata. Chi muore subito e chi dopo qualche giorno, o dopo settimane di agonia. Dieci anni fa l’inferno della Thyssen Krupp di Torino. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre scoppia l’inferno. Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria sette lavoratori vengono travolti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. Moriranno Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. Un solo superstite, Antonio Boccuzzi, sarà il testimone più importante. Si parla di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo, alcuni degli operai lavoravano ininterrottamente da dodici ore. Lo stabilimento è in via di dismissione. Emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza. La Thyssen negherà di aver alcuna responsabilità e mostrerà, sin dal primo momento, un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica. Accusa gli operai morti di aver provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con colpe. Poi si corregge e parla di errori dovuti a circostanze sfavorevoli. Le indagini si chiudono rapidamente e la Procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca, accusati di omicidio volontario, con dolo eventuale, e incendio doloso. Sarà la Cassazione a mettere la parola fine sul rogo alla Thyssen, bocciando il ricorso dei dirigenti e affermando che le condanne sono giuste. Per la Suprema Corte la loro colpa è imponente. Tuttavia, i due principali condannati, l’amministratore delegato e il direttore generale, entrambi tedeschi, sono in libertà. È stato emesso un mandato di cattura europea, che finora non ha dato esiti. L’Italia ha chiesto che scontino la pena in Germania. Almeno questo. Oggi lo stabilimento non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008.


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