Sicurezza informatica, il ritardo delle imprese italiane

Il presunto cyber spionaggio che avrebbe condizionato le ultime elezioni americane: la violazione di centinaia di milioni di account Yahoo, con conseguente furto di informazioni private. Insomma, il tema della sicurezza informatica negli ultimi mesi è diventato centrale, ma svela un mondo poco attrezzato ad affrontarlo. Se ne è discusso a Milano, dove l’Osservatorio sull’information security del Politecnico ha presentato il rapporto annuale sulla situazione del nostro Paese, e non c’è da stare allegri, perché se è vero che il mercato delle soluzioni tecnologiche dedicate ai servizi di sicurezza è in netta crescita sulla consapevolezza dell’importanza di predisporre difese contro i cyber-guai c’è strada da fare. Prendete le imprese. A spendere in sicurezza informatica sono soprattutto quelle grandi, che peraltro solo in parte hanno pianificato investimenti a lunga scadenza. Per le piccole i soldi in genere si stanziano solo all’occorrenza. Ma può essere tardi, se si pensa che una delle tendenze più inquietanti che si stanno registrando è la crescita progressiva del cosiddetto ransomware, vale a dire io ti rubo i dati e tu devi pagarmi per riaverli indietro. “È ovvio che il problema che si sta ponendo è che una realtà come la nostra, estremamente interconnessa e in cui ognuno di noi utilizza device mobili, le macchine con tutti i sistemi di controllo automatizzato, i sistemi di trasporto anche pubblici, eccetera, il rischio che, oltre ad aspetti mirati a ottenere “riscatti” o comunque a ottenere un ritorno economico che è molto sotto cybercrime come motivazione, il rischio è che ci possano essere degli attacchi, invece, mirati ad elementi distruttivi. Qualcuno ricorderà un Die Hard con Bruce Willis, dove un aereo precipita perché cambiano la misurazione dell’altezza dal terreno dell’aereo. Questi sono elementi ovviamente remoti, speriamo, ma tecnicamente assolutamente possibili”.


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