Aiuti per la pandemia, ultima chiamata per l'Europa

20 apr 2020

Nel Consiglio europeo del 23 aprile prossimo, si decide molto di più di un pacchetto di misure per aiutare i Paesi dell'Unione Europea ad affrontare l'enorme crisi economica, successiva all'emergenza sanitaria del Covid-19. Giovedì, l'Europa deciderà del suo futuro, della sua stessa essenza, è l'ultima chiamata. Dopo anni di discussioni, dibattiti e divisioni su cose molto importanti e su cose molto meno importanti, stavolta, l'Unione Europea si trova nella situazione più simile di sempre a quella del 1957, anno in cui l'idea di una Comunità di Stati prese ufficialmente forma con i trattati di Roma. Lì, eravamo nel dopoguerra, qui siamo alle porte della crisi peggiore da quel dopoguerra. Tutto quello che è avvenuto dal 1957, ma si potrebbe dire tranquillamente dal 1945, a metà febbraio 2020, non è minimamente paragonabile a quello che è accaduto dalla seconda metà di febbraio a oggi e che avrà conseguenze per i prossimi anni. È inutile parlare di decisioni e strumenti pensati per affrontare situazioni difficili, tipo la crisi economica post 2008 e il conseguente caos degli anni 2010, 2011 e 2012. Qui, non si tratta di salvare Paesi che hanno fatto male i conti, che hanno gestito male le risorse, è una crisi globale senza precedenti, siamo in un territorio sconosciuto ai leader di due generazioni. Se l'Europa oggi ha un senso, deve tornare a farsi ispirare ai valori del 1957, quei valori di solidarietà, condivisione e unione. Il trattato di Roma fu firmato da 6 Paesi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda. Oggi, quattro di questi Paesi, più altri Paesi importanti, firmano la richiesta di interventi e misure straordinarie, innovative e diverse da quelle immaginate per situazioni come il default greco e quello italiano sfiorato di qualche anno fa; gli altri due Paesi, Germania e Olanda, di quei sei, sono i principali oppositori di questa richiesta. Non è questione di rispetto delle regole, di furbizia e di mille altri luoghi comuni, chi sostiene che la rigidità delle regole sia il baluardo dell'Europa, non si rende conto che così quest'Unione sarà uccisa e non possono essere un Premier o un Ministro delle Finanze di Germania e Olanda a decidere il futuro di tutti, in un caso così. Adesso, c'è in gioco il futuro di milioni di europei, cittadini, cittadine, ragazze e ragazzi, questa volta non si può fare leva sui sensi di colpa su, errori di gestione, su presunte superiorità morali e amministrative, questa volta non ci sono lezioni da impartire e allievi da educare. A situazione straordinaria si risponde con misure straordinarie, tranne che alcuni di quegli eredi dei fondatori dell'Europa politica non vogliano che la più celebre frase di Konrad Adenauer abbia, per la prima volta, un'applicazione vera e conseguenze inimmaginabili: “Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non abbiamo tutti lo stesso orizzonte”.

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