"Basta", la campagna Sky contro femminicidio: progetto Scudo

02 nov 2021

"Una donna me la ricordo e me la ricorderò per tutta la vita perché il marito che era stato messo in clinica psichiatrica con un trattamento sanitario obbligatorio è passato poi in una comunità di cura per la patologia psichiatrica. Era anche cocainomane. Ma arrivato in ambulanza in questa struttura dove avrebbe dovuto restare ha girato la schiena e è andato via. Quest'uomo è tornato a casa. La donna doveva andare in una comunità protetta con i bambini, tre ne avevano, e è andata a casa a riprendere i suoi vestiti. È andata accompagnata dalle Forze dell'Ordine ma lui è stato più rapido. Ancora adesso, però, mi resta il quesito: cosa avremmo potuto fare di più? Forse andare prima a prendere i vestiti? È che nessuno ci aveva avvertito che l'uomo era uscito dall'ospedale. Anche le Forze dell'Ordine non lo sapevano. Quindi c'è stato un errore di comunicazione". La mancanza di comunicazione è la costante che si ritrova in ogni delitto. Il tassello che manca in ogni storia di femminicidio. La comunicazione fra chi assiste la donna per la prima volta, chi dovrebbe leggere la violenza, le Forze dell'Ordine, i Centri Antiviolenza e la Magistratura. "A volte veramente si tratta di secondi. Una delle prime donne è arrivata in casa-rifugio. Noi all'inizio pensavamo che potevamo aspettare un dieci giorni.. due settimane. La situazione è precipitata e quindi lei da un giorno all'altro è arrivata da noi, senza niente tra l'altro, perché una donna che scappa, che sia da sola o con i bambini, non è che ha la possibilità di preparare la valigia, il trolley, non sta andando in vacanza". "Indagare sempre per ogni fattispecie di reato la relazione che esiste tra vittima e carnefice. La donna ci dice "ma a farlo è stato il mio ex-compagno", per noi è una cosa diversa dal "se l'ha fatto un estraneo qualunque". E lì noi accendiamo il campanello, accendiamo la nostra attenzione, e siamo attenti a fare una valutazione del rischio e a farlo in tempo utile". È entrato in vigore un nuovo protocollo di protezione delle donne. Si chiama Scudo ed è un dispositivo che permette di avere un archivio che custodisca nella maniera più completa possibile la storia di ogni donna che chiede aiuto per una violenza domestica. "Polizia Milano, operatore 23. Buongiorno signora cosa succede? È in lite con suo marito? Ok. La prima cosa da fare è andare in un'altra stanza. Dove si trova di preciso? Scala, piano e citofono per favore. Va bene. Signora ci sono minori in casa? No. È da sola? Va benissimo. Allora mi raccomando rimanga in linea con me e adesso le mandiamo subito una pattuglia". "Nel momento in cui l'operatore di volante riceve la segnalazione della Centrale Operativa di un intervento per una lite in famiglia, direttamente dal tablet in dotazione accede all'applicativo Scudo e verifica in tempo reale se vi sono stati pregressi interventi". "Abbiamo una lite in famiglia, in via Emilio Gola", "Il marito è casa ancora?", "Sì è ancora all'interno dell'abitazione", "Figli, minori?", "No, minori no e la donna si è posizionata all'interno di un'altra stanza". "Allora in Emilio Gola abbiamo una donna in lite col marito. Fai gli accertamenti prima di arrivare, sullo Scudo", "Va bene stiamo andando". Un piccolo passo nel contrasto a un fenomeno radicato nella struttura stessa della società in cui ancora oggi inquadrare la violenza contro le donne come un crimine risulta complicato. Oltre a questo protocollo serve incidere profondamente nella formazione di tutti gli operatori che prendono in carico la donna. "È molto importante che chi riceve la denuncia sia preparato a capire, esattamente a decifrare, che cosa abbia vissuto quella donna e che quindi sappia scrivere una denuncia. E qui, insomma, poi un processo si dovrà realizzare quindi quello è un atto probatorio estremamente importante che indirizzerà poi il processo in un senso o nell'altro. O se è scritta male addirittura il processo non si farà proprio perché ci sarà un'archiviazione".

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