Bimbi morti in auto, le storie e i dispositivi salvavita

06 lug 2017

Si chiama amnesia dissociativa ed è un disturbo capace di provocare una perdita completa delle nozioni del tempo e del ricordo, al punto da poter dimenticare in auto il proprio bambino con la convinzione, magari, di averlo accompagnato all’asilo. Appena un mese fa, a Castelfranco di Sopra in provincia di Arezzo, una bimba di sedici mesi è morta dopo essere rimasta chiusa in auto per cinque ore sotto al sole, dimenticata dalla madre che si è accorta della figlia che credeva a scuola soltanto quando è uscita dal lavoro e ha ripreso la macchina. A luglio del 2016, sempre in Toscana in provincia di Livorno, è morta una bimba di 18 mesi dopo un giorno di agonia per essere rimasta per circa quattro ore al caldo, dimenticata in auto. All’origine di queste tragedie c’è spesso da parte del genitore una grave condizione di stress. Così è stato anche per Andrea Amoroso che, a giugno del 2013 a Piacenza, ha dimenticato in auto il figlio Luca di due anni morto poi per asfissia. Da allora questo padre porta avanti una campagna per rendere obbligatoria sulle auto l’installazione di dispositivi di sicurezza, gli apparecchi cosiddetti salvavita. Negli ultimi anni ne sono stati inventati parecchi, dal sistema da applicare al seggiolino per monitorare attraverso il peso la presenza del bimbo alle app per il traffico che inviano notifiche per ricordare al guidatore di controllare l’abitacolo una volta arrivati a destinazione. In alcuni Comuni sono gli asili stesse a offrire servizi di controllo assenze. Se il piccolo non arriva la scuola telefona ai genitori e si accerta che tutto sia a posto. In Texas un bimbo di 10 anni colpito dalla morte di un neonato, suo vicino di casa, ha inventato “oasis”, un piccolo dispositivo rosa in grado di soffiare aria fresca quando la temperatura dell’auto sale troppo e contemporaneamente di inviare un segnale di pericolo. Sistemi spesso molto semplici che in tanti casi, però, avrebbero forse salvato una vita.

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