Cantelmi: ansia da iperconnessione

06 feb 2020

Professore, lei ha coordinato questa ricerca, la dieta cyber per i nostri figli. Che cosa è questa generazione Z? “Oggi fotografiamo un cambiamento epocale, il passaggio da un sistema cerebrale di tipo analogico, come il nostro, a uno digitale. È un cambiamento colossale perché riguarda tutti gli ambiti: la conoscenza, l'apprendimento, l'amicizia, l'amore, le relazioni. In altri termini, il mondo digitale è un mondo assolutamente reale nel quale vivere e che condiziona il nostro assetto cognitivo, emotivo effettivo e socio relazionale”. Ma di che età parliamo? “Oramai, diciamo che il 100% dei nostri figli si smartphonizza entro l'undicesimo anno di vita, dunque l'approccio alla tecnologia digitale è molto precoce. Già in epoca pre verbale i nostri bambini sono esposti, i nostri ragazzini sono esposti, troppo precocemente all'immersione digitale. Questo crea per esempio una serie di cambiamenti nelle aree cerebrali dell'attenzione e nell'apprendimento in modo particolare. Poi però, con l'irruzione dei videogiochi, nei quali già i bambini di sette - otto anni sono profondamente immersi - questa è la realtà - l'illusione del videogioco modifica profondamente l'ambiente di sviluppo dei cervelli dei nostri figli, e quindi stiamo costruendo una vera e propria generazione digitale, la prima grande generazione digitale. Siamo alle soglie di un cambiamento d'epoca straordinario”. Nella sua ricerca si parla di iper connessione. “I nostri figli sono immersi fino al collo nei social, anzi direi anche fino alla cima della testa, ma anche noi adulti non scherziamo da questo punto di vista. Il punto però è che c'è un dato clamoroso che vorrei sottolineare: che più i nostri figli sono smart sui social più aumenta il livello di loneliness, cioè di solitudine percepita, che è uno dei fattori del disagio emotivo, del rischio del disagio dei nostri adolescenti. Ecco, questo è un dato molto curioso. Come dire, tutto sommato il bisogno di incontrare l'altro è così irriducibile che nessun social riesce a soddisfarlo”. Tra l'altro, appunto, questa ansia di like, anche nelle relazioni con gli altri ragazzi. “Beh, l'ansia di like si correla a quello che è la reputazione online. D'altro canto è così; anche noi adulti per valutare qualunque cosa, un qualunque fenomeno, persino il più scontato, abbiamo bisogno di sapere cosa ne pensano in rete, e dunque questo è importante perché costruisce identità. In altri termini, le persone costruiscono stima in se stessi, identità, conoscenza di se stesso attraverso il rimando degli altri. I like diventano quindi come l'ossigeno. Se non ce l'hai muori”. Invece cosa mi dice dell'adescamento sessuale, che comincia a essere un rilevante. “Questo è un dato inquietante, nel senso che nella ricerca emerge che i ragazzi sanno perfettamente cos'è il grooming, cos'è l'adescamento, cos'è l'avvicinamento di un adulto con idee perverse verso di loro. E tuttavia accettano con incredibile ottimismo non solo il contatto. Praticamente sette giovani su 10 non hanno alcuna difficoltà - sette ragazzi su 10 - ad accettare il contatto con un adulto sconosciuto, ma almeno tre su 10 lo incontrano e scambiano foto personali, scambiano cellulari. Insomma, il dato è una colossale sottovalutazione di questo fenomeno”. Proprio in relazione a questo fenomeno, quanto può essere importante l'aiuto di questi ambasciatori che sono sostanzialmente dei coetanei? “Non c'è dubbio che, poiché la fiducia nell'adulto, secondo alcune ricerche parallele che abbiamo condotto, crolla verso gli 11 - 12 anni, quindi i nostri figli non vedono adulti affascinanti, diciamo sono adulti molto sbiaditi per loro, non c'è dubbio che un influencer, un ambasciatore, chiamiamolo come vogliamo, insomma, un loro coetaneo più consapevole su questi temi sia più efficace anche di voi giornalisti”.

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