Cirio a Sky TG24: "Noi governatori siamo in trincea"

19 nov 2021

"Eccoci qua, buongiorno. Occhio naturalmente a quello che sta succedendo a livello italiano. Intanto volevo darle qualche aggiornamento, dare a lei e, chiaramente, ai nostri telespettatori, sulle stime che vengono fatte ogni venerdì. Oggi giornata di cabina di regia dell'Istituto Superiore di Sanità. Tutte le 21 Regioni e Province Autonome risultano classificate a rischio moderato questa settimana. Quindi un'allerta, diciamo, anche che parte dal numero dei contagi ma, soprattutto, che parte da quello che sta succedendo negli ospedali. Presidente, allora, intanto l'incontro di ieri. Perché è da qui che noi cominciamo: dai numeri, dalla situazione degli ospedali, dai contagi. Per capire, che cosa vi siete detti ieri nella conferenza Stato-Regioni? E poi, soprattutto, che cosa volete chiedere al Presidente Draghi?" "Ma, guardi, nella conferenza Stato-Regioni ci siamo detti ciò che ci diciamo ormai da quasi due anni, nel senso che i Governatori sono in trincea, sono in prima linea, sono quelli che sentono direttamente sulla pressione del sistema ospedaliero delle varie Regioni quelli che sono i mutamenti del virus. Anche perché ormai, ce lo diciamo sempre ma dobbiamo ribadirlo, non è tanto il numero dei positivi quello che deve interessare, ma interessa il numero dei positivi ancorato all'aspetto legato alla occupazione dei posti letto. Perché la vera capacità è quella di rispondere col Sistema Sanitario. Allora, evidentemente i segnali sono segnali che preoccupano. Preoccupano perché c'è un incremento dei positivi che diventano posti letto occupati e pertanto c'è la necessità di vedere con il Governo come ragionare a eventuali restrizioni. Poi ci sono Regioni che hanno situazioni maggiormente delicate e altre, come in questo caso la mia, che hanno i numeri ancora sotto ampio controllo, ma tutti insieme abbiamo capito che il virus non si ferma davanti al confine amministrativo di una Provincia o di una Regione. E quindi, prima o dopo, si diventa gialli, poi si diventa arancioni. E allora, magari, prevenire determinate decisioni può essere importante. Però questo va fatto insieme: Regioni italiane e Governo italiano". "Perfetto. Presidente, senta, mi fa capire la revisione che voi vorreste proporre a Draghi del green pass quale è. Cioè che tipo di, si dice green pass rafforzato, a due velocità, lo si sta chiamando un po' in tutti i modi. Come lo vorreste il green pass e rivolto a chi?" "Guardi, non c'è una ricetta specifica che le Regioni danno al Governo. C'è un ragionamento, il ragionamento che tutte le Regioni, tranne un collega, però tutte le altre Regioni fanno è quello di dire: abbiamo capito in tutto il mondo che quando il virus corre bisogna fermarlo e per fermarlo, ahimé, bisogna fermare le persone. La domanda è: chi si deve fermare? E le Regioni italiane dicono, nella quasi totalità, che se qualcuno deve fermarsi non devono essere i vaccinati, perché altrimenti questo vorrebbe dire far venir meno la fiducia in una campagna vaccinale e, soprattutto, non rispettare la scelta dell'85% delle persone italiane che hanno deciso di vaccinarsi perché credono nella scienza e credono nelle Istituzioni di questo Paese. Quindi, la ricetta non è specifica. È il ragionamento che le Regioni fanno al Governo e che insieme al Governo vogliono tradurlo poi una ricetta, ma che parte da questa considerazione di fondo: chi si è vaccinato, e quindi chi ha fatto la sua parte, non potrà essere colui il quale verrà fermato da eventuali restrizioni". "Senta, Presidente, questo tipo di limitazioni, giustamente secondo la logica che lei ci si stava illustrando, andrebbero riservate alle Regioni gialle e arancioni?" "Ma, guardi, è una evoluzione. Già oggi c'è un sistema automatico che ha funzionato e sta funzionando per cui man mano che si cambia colore ci sono evidentemente le restrizioni. Però la vecchia nomenclatura della regolamentazione del passaggio di colore non aveva ancora previsto la figura del green pass. Quindi quando da arancione diventavi rosso ci si bloccava, ci si fermava, così come quando da giallo diventavi arancione. Però si fermavano tutti. Ecco, il ragionamento che noi mettiamo è: non ci si fermi tutti, ma chi ha deciso di mettersi il casco, se l'è andato a comprare, se l'è indossato, allora questo ha messo in sicurezza se stesso, ha messo in sicurezza gli altri, fermarlo non sarebbe corretto". "Non è un sistema premio-punizione, Presidente, per intenderci? È una garanzia, forse, per non fermare il Paese?" "Certamente, non è premio-punizione, però è senso di fiducia. Chi si vaccina dimostra fiducia: fiducia nella scienza, fiducia nella medicina, fiducia nelle Istituzioni. Io credo che la fiducia dei cittadini debba essere ripagata. E il modo più concreto è ripagarla concedendo a chi ha indossato la corazza, e quindi ha messo in sicurezza se stesso e gli altri da se stesso, di poter continuare a fare quello che la vita gli deve permettere di poter fare sotto il profilo della socialità. Non è una punizione verso chi non si è vaccinato, è una pura considerazione però relativa quelli che sono i rischi che chi si vaccina, in qualche modo, copre su se stesso e sugli altri e chi non si vaccina decide invece di correre". "Senta, Presidente, ma fino ad ora il Governo che vi ha detto? Che vi ha detto? Che vi ha fatto sapere il Ministro ieri? Che cosa vi siete, insomma, che notizie avete sul fronte dell'Esecutivo?" "Ma, al momento abbiamo notizie, diciamo, dai singoli Ministri. Nel senso che abbiamo raccolto diverse sensibilità che vanno in questa direzione, da quella del Ministro Speranza a quella, anche, del Ministro Brunetta, che come Ministro della Pubblica Amministrazione ha molta competenza su tanti temi legati al green pass nella Pubblica Amministrazione del nostro Paese. Quindi, abbiamo registrato numerose sensibilità che vanno in questa direzione. Abbiamo chiesto, però, un incontro col Presidente Draghi proprio perché crediamo che questa scelta debba essere fatta insieme e con grande equilibrio. Perché porre delle restrizioni non fa piacere a nessuno, a chi le subisce ma anche a chi le deve decidere. Ma se queste devono essere per salvare la vita, allora lo si faccia nel rispetto di chi, verso il Paese, ha dato un segnale di fiducia vaccinandosi. E glielo dico da una Regione che oggi è, insieme al Molise, la prima Regione d'Italia per le dosi già inoculate ai propri cittadini". "Senta, una data ce l'avete già, Presidente, per l'incontro con Draghi?" "Non ancora. Il Presidente Fedriga oggi avrà un'interlocuzione direttamente col Presidente per definire la data". "Direttamente con Draghi? Si parleranno e decideranno quando vi vedrete, chiaro". "Ieri abbiamo detto questo al Presidente Fedriga". "Chiaro. Presidente, lei prima ci diceva: le Regioni, il fronte delle Regioni. La domanda che vado a fare a Ketty Riga che ci porta sui giornali: Ketty, ma sono tutte quante le Regioni?" "No, no, non è così. In realtà se ne parla su tutti i giornali. La stretta per i non vaccinati: è questo il pressing delle Regioni, però con delle differenze. Ecco qua. La linea nelle Regioni è maggioritaria ma non unanime. Il Presidente dell'Emilia Romagna, per esempio, proponeva giorni fa di discutere del modello austriaco. Dubbi sulla applicabilità di questa misura dal Presidente del Veneto Luca Zaia e contrario invece il Presidente delle Marche. Quindi, Presidente Cirio, vi presenterete da Draghi, insomma, uniti ma non troppo?" "... ha espresso una posizione diversa e differente rispetto al sentiment della conferenza delle Regioni. Però, mi creda che nella conferenza delle Regioni la riflessione sul fatto che chi si è vaccinato, in qualche modo, non possa subire quelli che sono gli effetti di una nuova restrizione, un nuovo lockdown, è una riflessione molto condivisa. La ricetta non c'è e non è condivisa, perché non avrebbe neanche senso che siano le Regioni a scriverla. È una decisione da fare col Governo. Parlando di libertà personale è necessario che il Parlamento esprima le sue sensibilità, perché sono ragionamenti da fare con grande equilibrio e con grande cautela. Si vorrebbe evitare ma, ahimé, la vita viene prima". "Chiaro. Senta, Presidente, ho un sacco di domande ancora quindi devo correre parecchio. Intanto, il timore è sulla stagione sciistica. Il Piemonte ne ha parecchi, no, di chilometri di piste da sci. Allora, il nostro Lorenzo Borga ha preparato un bel servizio per farci capire che impatto potrebbe esserci se le piste dovessero chiudere a causa dei contagi. Lo vediamo insieme e poi voglio un commento da parte sua". Uno spettro incombe sull'inverno. Con l'aumentare dei contagi in Europa c'è chi inizia a dubitare che la stagione sciistica 2021-2022 possa svolgersi senza intoppi. Alcuni impianti hanno intanto già riaperto, dalla Val Senales al Passo del Tonale, dove valgono l'obbligo di green pass e di capienza all'80%. Il settore è stato tra i più martoriati dalla pandemia. È infatti probabilmente quello che è rimasto chiuso più a lungo, visto che è sostanzialmente dal 9 marzo 2020 che gli impianti di risalita non sono in funzione, fatti salvi i periodi estivi. L'autunno scorso si tentò di riaprire, ma dopo le polemiche e il grave rialzo dei contagi si decise di richiudere tutto. I dati relativi al 2020 sono chiarissimi: gli arrivi turistici a novembre e dicembre nelle Regioni Alpine sono crollati di circa l'85% rispetto all'anno prima. E ancora peggio hanno fatto le aree che storicamente attraggono più sciatori stranieri. Al settore devono d'altronde ancora arrivare i Ristori per le chiusure. La piattaforma per richiedere i 430 milioni di euro di aiuti è stata aperta solo a fine settembre. Nel settore lavorano 120.000 persone, di cui 15.000 occupati nei circa 2.000 impianti di risalita, e altrettanti sono i maestri di sci. Senza contare poi tutte le attività che ruotano attorno al turismo della neve nelle nostre montagne e località sciistiche: dall'ospitalità in alberghi e bed & breakfsat ai negozi, dalle baite ai bar ai ristoranti. I soldi che girano attorno allo sci sono tanti: il settore vale tra i 10 e i 12 miliardi di euro, che quest'anno contribuiranno, si spera, al rimbalzo economico del Paese. Per questo i Governatori delle Regioni del Nord si stanno spendendo per evitare nuove chiusure. Per l'economia della montagna, già non in perfetta salute prima della pandemia, potrebbero essere un colpo fatale. "Presidente, allora? Un pò di conti li abbiamo fatti, sarebbe una botta terribile per voi". "Beh, io mi chiamo Piemonte. Lei pensi un po', chiamandoci Piemonte, a cosa vuol dire per noi la montagna. Per noi è il primo prodotto turistico della nostra Regione. Siamo fermi da più di un anno. La scorsa stagione non si è sciato e quella prima è stata interrotta anzi tempo. Quindi, necessariamente, quando facciamo il ragionamento sul green pass e facciamo il ragionamento sui vaccini, si pone la domanda: fermare tutto, quindi impedire alla stagione turistica e invernale di ripartire perché c'è un lockdown come quello generalizzato di un anno fa oppure individuare invece un meccanismo per cui chi si è vaccinato e sta andando a sciare in montagna, all'aperto, con le applicazioni attraverso le quali si comprano oggi gli skipass non ci sono le code ai botteghini che si vedevano un tempo, sono persone che hanno fatto il loro ciclo di vaccinazione, noi entro febbraio-marzo avremo vaccinato con terza dose quasi il 90% dei piemontesi, allora, il buon senso mi fa dire: apriamo. E noi ci stiamo credendo, perché anche le stagioni sciistiche devono ripartire e soprattutto gli imprenditori del mondo dello sci hanno fatto investimenti importanti per poter essere in regola con le norme anti Covid". "Senta, Presidente, ma sarebbe pensabile un green pass rafforzato, per esempio per alcuni settori come il vostro, quello degli impianti? È immaginabile? Con anche un sistema, magari, di tamponi richiesti a chi arriva dal Nord, dalle Regioni, dalle Nazioni che sono più impattate ora dall'impennata dei contagi". "Vede, io credo proprio che il ragionamento da fare è quello che sta facendo lei adesso: invece di chiudere vedo quali sono le condizioni attraverso le quali posso aprire in sicurezza. Che si chiami green pass rafforzato, che si chiami tampone del giorno stesso in cui uno si presenta sulle piste da sci, si chiami come si vuole, ma non chiudiamo la stagione sciistica. Anche perché vorrebbe dire che ritorniamo a due anni fa. Vorrebbe dire che in questo Paese non si è fatto niente, non si è fatto nulla. Vuol dire che in questo Paese due anni di ricerche scientifiche, di vaccino e di medicina non ci permettono di sciare in montagna. Non sto dicendo di chiuderci in una stanza in 1.000, sto dicendo di sciare in montagna. Per cui, noi crediamo e confidiamo molto che la stagione possa ripartire. Intanto, in Piemonte ripartirà il 3 dicembre. Quindi, che riparta io ne sono abbastanza certo, ma dobbiamo stare attenti che non si fermi, come due anni fa, prima della sua fine normale". "Riaprirla e non chiuderla. L'ultima cosa: a voi torna, i nove mesi la validità del green pass? A livello di conferenza Stato-Regioni e, soprattutto, dal Governo che notizie avete? L'ultima cosa che le chiedo, le chiedo di essere veloce". "Il green pass, sulla durata, è molto legato alla terza dose, nel senso che una durata troppo lunga del green pass rischierebbe di far ritardare la terza dose da parte di quelli di coloro i quali ne hanno già fatte due. Questo è un po' il ragionamento di fondo per cui una durata ridotta intensificherebbe..." "I 9 mesi le tornano, visto che queste sono le notizie, Presidente, nove mesi?" "Sì, questo è il ragionamento di cui si sta parlando. Ma sono decisioni che spettano al Governo, naturalmente, e non a noi". "Presidente, grazie, buon lavoro. Aprite le piste e facciamo in modo di non chiuderle, ha ragione lei. Appello assolutamente da sposare. Buon lavoro soprattutto, grazie Presidente".

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