Coronavirus, la protezione nelle comunità di accoglienza

27 mar 2020

Sanno perfettamente quello che sta avvenendo fuori, ma lo stanno vivendo anche e soprattutto sulla loro sulla loro pelle, perché questi bimbi, nonostante siano in comunità, hanno dei genitori fuori dalla comunità e la cosa che, in questo momento, manca di più, è l'incontro con i genitori. Questo, dà la misura, a loro, di quanto la situazione è problematica. La comunità Barrhouse ospita minori che sono stati allontanati, per decreto del tribunale, dalle famiglie per problemi dei genitori e in questi giorni di coronavirus è un piccolo mondo protetto, ospitato in questa palazzina. Unico contatto con il mondo esterno: gli operatori. Gli educatori stessi, io compreso, abbiamo dovuto limitare anche i contatti all'interno delle nostre famiglie, nella nostro cerchia di persone che di solito frequentiamo, non solo perché è un'ordinanza nazionale, ma perché vogliamo che la comunità resti al sicuro. Come glielo spiega a un ragazzino che la sua libertà, nei prossimi giorni, sarà limitata così tanto? Questo, è un problema più per le famiglie che chiamiamo – così – normali che per la comunità, non che non ci sia bisogno di spiegarlo, ma che i nostri ragazzi siano più abituati ad ascoltare e a rispettare delle regole in una maniera più lineare, semplice, piuttosto che – vedo – per esempio, famiglie di amici, i compagni di classe dei miei figli che fanno più fatica a far passare l'idea che c'è una regola e che la regola va rispettata. Sono 16 mila i ragazzi dai 6 ai 18 anni ospitati in comunità di accoglienza, 1 su 10 nella sola Lombardia, assediata dal virus, ben 50 delle 450 comunità lombarde fanno parte del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza. Con l'emergenza, i soldi non bastano più e le mascherine sono finite. Nell'ultimo decreto, nel Cura Italia, c'è un articolo, un benedetto articolo 48, che dà l'autorizzazione a tutti i Comuni di mettere a disposizione tutte le risorse che erano già state messe a bilancio per gli interventi sociali, che in realtà ora sono stati sospesi, quindi, quei fondi devono essere messi a disposizione. Poi, mi lasci ricordare, c'è questo problema che capisco che non è solo un nostro problema, ma è anche un nostro problema, che quello da avere a disposizione i dispositivi di protezione individuale che, così come mancano ai medici, mancano anche a noi questo. Questo è veramente, anche nel messaggio che trasmettiamo ai ragazzi che accogliamo, un elemento di forte, fortissima, debolezza e non solo sanitaria. Ci sono delle situazioni particolari, sicuramente, come appunto i genitori che sentono i figli via lettera, si scrivono con questi genitori, perché in questo momento magari sono reclusi in carcere e le disposizioni, molte volte, sono che dal carcere, in questo momento, non possono uscire neanche le lettere. A volte riescono a comprendere, ma a volte le fatiche, dovute all'emotività, alla mancanza, emergono e bisogna far fronte anche a questo. I bimbi spesso hanno delle risorse che noi adulti non ci immaginiamo neanche. Questo ragazzino ha 12 anni, quando gli chiediamo di raccontare il suo sogno ai tempi del coronavirus disegna un arcobaleno: “Andrà tutto bene”, scrive. “L''arcobaleno – ci dice – viene dopo il temporale”.

pubblicità

Se clicchi OK acconsenti all'uso da parte di Sky dei cookie tecnici, analitici, di profilazione di prima e terza parte, che sono usati per capire i contenuti che ti interessano e inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più sui cookie e decidere se acconsentire oppure no a tutti o ad alcuni cookie, leggi qui la nostra Cookie Policy. Per leggere l'Informativa Privacy clicca qui.