Coronavirus, nel Bergamasco pazienti convalescenti in hotel

20 mar 2020

La cosa più dura sono le cure, in pratica, e poi la mancanza di contatti veri. Cosa ha pensato Angelo, quando ha visto che il tampone era positivo? Non ci credevo e non ci credo neanche adesso, non riesco a capacitarmi di sapere da che parte sono andato a pescarlo. Angelo è tra quelli che ce l'ha fatta, uno di quelli che ha sconfitto il Covid-19, ora, lui, come tutti coloro che sono usciti dalla terapia intensiva, e il cui tampone si è negativizzato, potrebbe andare a casa in convalescenza, a completare i 14 giorni di isolamento domiciliare previsti dai protocolli sanitari di Regione Lombardia. Angelo, a casa non ci può andare per non mettere a rischio i familiari. Angelo è uno dei primi pazienti a beneficiare del progetto pilota che OSA (Operatori Sanitari Associati) ha in corso da poche ore, con un albergo di Grassobbio nella bergamasca. Per ora, i pazienti, arrivano dall'ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo. Siamo riusciti ad applicare, in una struttura non sanitaria, quelli che sono i protocolli sanitari per pazienti di questa tipologia. I protocolli sanitari sono vigilati dalla ATS di Bergamo? Sono scritti in un protocollo che abbiamo sottoscritto con l'ATS di Bergamo. Un medico che tutte le mattine viene, fa il giro visite, e un infermiere presente h24, più gli operatori che assistono gli ospiti. Certo, noi non abbiamo il contatto diretto con i pazienti, perché di questa parte, se ne occupa il personale paramedico, lo staff dell'hotel si occupa di fornire un'assistenza alla reception 24 ore su 24, di preparare i pasti. Cosa le dice chi ce l'ha fatta? Paura, stanchezza, stati fisici che ci possono essere, però anche la stanchezza psicologia di uscire da questo tipo di situazione e non aver ben, forse, capito ancora a cosa possono andare incontro in questo momento. Angelo, cosa ricorda di questi giorni terribili in ospedale? Ricordo anche gli altri che c'erano con me, purtroppo avevo altra compagnia nelle mie stesse condizione, magari anche peggio. L'esperienza nelle quarantene, è un requisito fondamentale per il personale medico e paramedico, eppure queste terribili settimane lasciano il segno. Vedere gente che muore, gente che conosci che muore, vedere gente in isolamento che non possono vedere i famigliari, è tutto surreale, sembra di vivere un'altra vita. Poi, l'immagine di queste bare portate via dall'Esercito. Quello è stato il colpo di grazia. Spero che l'Italia si renda conto che è una guerra, è guerra invisibile, dove il nemico è invisibile, ed è ancora peggio. Hai il parente o l'amico che sta male, lo portano via con l'autoambulanza, non sai più dove va, non puoi andare a trovarlo, ti dicono e ti raccontano poco di lui, giustamente, perché in ospedale fanno il loro lavoro, poi, se non ce la fa, non puoi nemmeno accompagnarlo. Ti arriva una telefonata, ti dice che se n'è andato e tu nemmeno lo puoi accompagnare al funerale in maniera dignitosa, perché oggi, purtroppo, dobbiamo fare così. Abbiamo a disposizione 100 e passa camere, questo potevamo mettere a disposizione e questo abbiamo fatto. I pazienti sono già arrivati, nei prossimi giorni ci si augura ne arriveranno sempre di più, perché vuol dire che i guariti aumentano. Infatti, abbiamo già qualche paziente in casa. Ha detto una cosa giusta, perché per noi ogni paziente, ogni persona che arriva qui, è una persona salvata. Poi, oltre a questo, libera un posto letto in ospedale. Mi sento sfinito, con le cure fatte è così, adesso devo riprendermi, devo cercare di riprendere le forze. Lei, adesso ci pensa queste cose, pensa alle passeggiate che fa nei campi? Ci penso e spero di riuscire a ritornarci. La mia scuola è per curare, per far guarire, per dare meglio e non per morire, questa cosa è una sconfitta per me, come infermiera. Qui, riesco a darmi un pochino più di speranza, è per quello che ho scelto di fare questo progetto, perché mi dà speranza. Non ce la faccio a vedere gente che muore, giovani, purtroppo anche giovani. Questo riesco a farla, pur bardata, pur stanca. Fa un caldo boia sotto i nostri tutoni, però ti dà speranza perché vedi che guariscono, forse qualcosa riusciamo a fare, forse riusciamo a uscirne. Speriamo.

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