Donne maltrattate, musulmane a Milano: Islam non è violento

11 nov 2021

"Purtroppo nella maggior parte dei casi sono presenti tutti i tipi di violenza, economica, psicologica e fisica e quando solitamente vengono qui in Progetto Aisha, è già purtroppo tardi, insomma. Sono anni che vengono perpetrate queste violenze". Amina Natascia AL Zeer, è un'attivista, madre di sette figli, musulmana, nata a Modena da padre palestinese e madre italiana. Dal 2017 ad oggi, sono 157 le donne che provengono da Milano e dall'hinterland, che hanno cercato assistenza e aiuto presso questa associazione no profit, che si batte per la libertà delle donne musulmane. Fra loro, il 76% è costituito da italiane che si sono convertite all'Islam, le altre sono egiziane, algerine, marocchine e di altre nazionalità. Un 20% è rappresentato anche da donne italiane. "Sono spaventate, chiedono aiuto, non ce la fanno più, sono diventate consapevoli di quello che subiscono e non sanno come fare. Tante non hanno il coraggio di venire, quindi solitamente o c'è una conversazione telefonica con quelle volontarie, nell'assistenza, o a volte tramite email o WhatsApp". C'è chi porta il velo, chi no come Zahra, il nome è di fantasia perché ci ha chiesto di tutelarla. Marocchina, è in Italia da anni. Da bambina, a Casablanca, sognava la libertà, una vita indipendente vissuta all'occidentale, capelli sciolti, trucchi, uscite con le amiche. Ma Zahra voleva anche studiare e andare all'università, tutto questo le è stato negato, perché prima ha dovuto obbedire ad un padre padrone e poi, ha voluto sposare un uomo italiano che non le ha risparmiato violenze e umiliazioni. "Mi ha chiuso in caso per tre giorni, avevo tutti i segni del coltello, mi ha violentata oltre che mi ha picchiata e tutto. L'ho denunciato, sì, ma cosa ho ottenuto? Ha preso mia figlia, ha preso tre anni a casa ... solo un anno ..." Oggi chiede solo di poter rivedere sua figlia. "La mia famiglia, è una famiglia molto severa, molto religiosa, volevano che io mettessi il velo. Da piccola lo mettevo, all'adolescenza non lo volevo più mettere, ho cominciato a vivere l'adolescenza, tipo a ribellarmi un po'. Mio padre ha provato a darmi fuoco, perché mi ha trovato che ho bucato delle ore a scuola". Incontriamo un'italiana che si è convertita all'Islam. "Quando avevo 17 anni, ero sposata con un tunisino e sono rimasta sposata nove anni, però subivo delle violenze fisiche e psicologiche. Non potevo uscire, quando andavo in Moschea potevo stare poco tempo, infatti aspettavo l'orario che l'Imam andasse nell'altra stanza a pregare con gli uomini e io scappavo". Un gruppo di volontari si batte per i diritti delle donne musulmane. I casi più atroci, riportano alla memoria i delitti avvenuti nel nostro Paese di pakistane come Amina, Hina Saleem, o Saman Abbas, uccisa perché si era ribellata ad un matrimonio combinato. Donne massacrate spesso dagli stessi padri o parenti della famiglia. Contro tutte le violenze, queste donne di seconda generazione che frequentano le Moschee, vogliono invece lanciare un messaggio chiaro: gli uomini che non rispettano le loro compagne, non hanno studiato il Corano, perché l'Islam è contro ogni tipo di violenza. "Queste sono persone che non hanno una religione, non ce l'hanno, non hanno timore di Dio e non gli interessa nulla. Giocano sul fatto che dicono: io sono musulmano, posso avere più mogli, io sono musulmano, posso fare... ma non è così".

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