Ai cinque indagati per l'esplosione avvenuta un anno fa in un laboratorio per la produzione della cannabis light nei pressi di Gubbio, la Procura di Perugia contesta i reati di omicidio e lesioni dolose e non più colpose come invece ipotizzato in un primo momento, ma anche l'incendio e l'omissione, sempre dolose, delle cautele per la prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro. Due le vittime della tragedia, un ragazzo di 19 anni e una donna di 52. Altri due dipendenti del laboratorio, uno minorenne, rimasero feriti. Verosimilmente a provocare l'incendio era stato il quantitativo di pentano custodito nel capannone. Otto barili da 200 litri e altre decine di taniche da cinque litri della stessa sostanza. Confermata anche la pericolosità della procedura di estrazione del THC, ideata da uno degli indagati, che prevedeva l'utilizzo del pentano nelle lavatrici a ultrasuoni. Per questi e altri motivi la Procura ha ritenuto configurabile il dolo eventuale piuttosto che la colpa. In pratica quanto già accaduto per il rogo della ThyssenKrupp a Torino. Una decisione che aggrava la posizione dei cinque indagati, i responsabili delle due attività e uno dei titolari dell' immobile. A loro viene contestata anche la violazione della legge sugli stupefacenti, la detenzione illecita della cannabis e la sua cessione. I magistrati hanno infatti ritenuto che l'attività di manipolazione svolta fosse non consentita, quindi inidonea a considerare il prodotto come cannabis light.























