Falcone, 27 anni fa a Capaci la morte del giudice

22 mag 2019

Il 23 Maggio del '92, all'autista che lo attendeva all'aeroporto, Giovanni Falcone chiese di potersi mettere alla guida dell'auto. Quando alle 17:58 la Croma su cui viaggiavano si schiantò contro il muro di detriti, nella profonda voragine aperta dall'esplosione dei 500 chili di tritolo piazzati sotto l'autostrada, l'autista Giuseppe Costanza si salvò; il giudice non ebbe scampo, morì in ospedale con la moglie Francesca Morvillo. I resti della blindata che guidava il corteo furono ritrovati a decine di metri dal cratere, nell'uliveto che oggi è il Giardino della Memoria, con i corpi straziati di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Una Palermo sconvolta si ritrovò ai funerali, stringendosi intorno al dolore dei familiari delle cinque vittime. “Per la nostra città di Palermo”. C'era anche l'amico e collega di Falcone, Paolo Borsellino, consapevole che il successivo obiettivo della mafia sarebbe stato lui. Non passano nemmeno due mesi e fu un'altra strage, in via d'Amelio. Da allora il corso della giustizia è stato ostacolato da depistaggi e bugie; la verità coperta da silenzi e misteri. Se per le stragi del '92 sono stati condannati i vertici e i sicari di Cosa Nostra, i processi per individuare i mandanti esterni vanno avanti perché, come hanno accertato le innumerevoli inchieste, una trattativa tra Stato e mafia ci fu, coinvolgendo pezzi di istituzioni e i vertici di Cosa Nostra e le responsabilità di ambienti e uomini estranei al crimine organizzato sono emerse sempre più evidenti. In questi 27 anni, la richiesta di verità, insieme alla voglia di testimoniare e non dimenticare, si è estesa ad un Paese intero, perché la mafia non è solo un fatto siciliano e, sotto mille volti diversi, insieme a corruzione e malaffare, è ramificata, è presente ovunque.

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