Gaia e Camilla, a breve sentenza per Genovese

29 ott 2020

E' il 22 dicembre 2019. Un sabato sera due sedicenni, Gaia e Camilla, stanno tornando a casa dopo la serata in compagnia. Piove. E' poco dopo mezzanotte. Attraversano a piedi Corso Francia, un vialone di Roma Nord, e all'improvviso una macchina le travolge. Sbalzate in aria per metri, muoiono sul colpo. Alla guida c'è un altro giovane, il ventunenne Pietro Genovese, figlio del regista Paolo. Dice di non averle viste e, soprattutto, di averle prese in pieno perché passate con il rosso pedonale. Arrestato, il ragazzo finisce ai domiciliari. Il processo in primo grado in cui è imputato per duplice omicidio stradale in rito abbreviato è partito a luglio e tra poche ore si chiuderà con la sentenza del GUP. Il giudice dovrà decidere sugli elementi fin qui raccolti e, soprattutto, sulle perizie. I dati assodati sono che Genovese andava a 90 chilometri orari, il doppio della velocità prevista su quel tratto, e aveva in corpo alcol per 3 volte superiore alla quantità consentita. Nei 20 secondi precedenti l'impatto, inoltre, usava il cellulare per inviare video e messaggi su WhatsApp, cosa da lui negata. Quel che, invece, non è ancora assodato è se davvero Gaia e Camilla attraversassero con il rosso e lontano dalle strisce. Così sostiene il perito dell'accusa, mentre quello delle parti civili sostiene il contrario. In udienza, Genovese ha chiesto scusa, ma non perdono. Ha detto “La mia vita è distrutta. Non riesco a smettere di pensare a quella notte.” Il PM ha chiesto 5 anni di condanna. A breve il verdetto.

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