I laboratori del Veneto che hanno rivoluzionato i tamponi

04 giu 2020

“Questo è un sistema che era tarato per fare circa una trentina di analisi al giorno e adesso ne facciamo 6 mila.” Il sistema è quello dell'ospedale di Padova e del suo laboratorio di microbiologia e virologia. E' il sistema che ha permesso alla Regione Veneto di essere la prima in Italia per numero di tamponi eseguiti, di isolare i portatori di virus e impedire la diffusione della malattia a macchia d'olio. “In quanto tempo mi date i risultati?” “Circa 70 minuti.” Per accedere al laboratorio è necessario fare il tampone. Lo fanno ai visitatori e periodicamente a tutto il personale sanitario. Le scorte di materiali e reagenti non mancano. “Puoi fare una bella differenza delle nostre scorte. Abbiamo tutti gli scatoloni.” La prima cosa da fare quando i tamponi arrivano è inattivare il virus. “Per inattivarlo come si fa?” “O con reagenti chimici o con il calore.” “E voi con cosa lo fate?” “Con il calore adesso, è molto più veloce.” Mezz'ora a 95 gradi in questo forno e il virus, se c'è, è morto. A questo punto, si può iniziare a cercarlo senza rischiare il contagio. Il materiale genetico viene estratto con questi macchinari e con dei kit preconfezionati, poi si passa alla seconda fase. Qui entrano in gioco i reagenti che in Veneto hanno fatto la differenza, li conservano in un freezer. “Questi, a seconda delle indicazioni dell'OMS, noi li facciamo sintetizzare e questi sono specifici per andare a cercare il Coronavirus.” “Questi qui sono quelli che fate voi?” “Li assembriamo noi.” Si sono dotati di macchinari che potessero funzionare con qualsiasi tipo di reagente e cosi il reagente se lo fanno loro. Lo chiamano “sistema aperto”. In altre Regioni i macchinari che cercano i virus possono funzionare solo con reagenti prodotti da chi ha fornito la macchina e questo limita molto la possibilità di eseguire i test. “Fin dall'inizio abbiamo deciso di non affidarci alla capacità di un produttore di rifornire i reagenti.” Ma rendersi autonomi con la produzione di reagenti non bastava. Oggi, come nel pieno dell'emergenza, è sempre più necessario fare molti tamponi e quindi si dovevano velocizzare le operazioni. “Ho visto all'Imperial College una macchina che veniva utilizzata per tutt'altro uso, comunque mi sono immaginato che poteva essere adottata per questo e, quindi, l'abbiamo comprata, senza sapere se funzionava o no.” La chiave del successo del sistema Veneto sta anche in questo macchinario: usa gli ultrasuoni per fare quello che prima si faceva con i bracci meccanici, distribuisce e calibra in maniera precisa i reagenti in ogni campione e fa in 10 minuti quello che i macchinari meccanici facevano in 6 ore. “Ci mette circa un quarto d'ora per allestire e preparare 384 reazioni, consuma meno reagenti.” A questo punto il campione è pronto per l'ultima fase, quella di amplificazione. Questa macchina è una specie di fotocopiatrice, prende piccole porzioni di virus e le replica molte volte e, se il virus fosse presente in piccolissime quantità, verrebbe comunque individuato. “192 campioni sono negativi e questi sono i controlli positivi.” Questo non deve far abbassare la guardia. Fare molti tamponi è la prevenzione più efficace e perfino qui ci sono ancora margini di miglioramento. “La settimana prossima arrivano altri due estrattori e, quindi, saremo un po' più veloci.” Ma il metodo del laboratorio dell'università di Padova non ha solo messo il Veneto in condizione di fare più tamponi di chiunque altro, ha permesso di farli a costi molto contenuti. “Tampone compreso, non penso che sia superiore ai 5 - 6 euro. Viceversa, il sistema chiuso può essere molto più costoso, dai 15 ai 25 euro.”.

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