Inchiesta camici, secondo accusa si tentò di venderne 25mila

12 lug 2020

La prova starebbe tutta nel tentativo di mettere in vendita i camici residui che non arrivarono come donazione alla Regione Lombardia. Come? Secondo i magistrati di Milano, tramite un intermediario attivo nella provincia di Varese, che avrebbe avuto il compito di trovare un acquirente per quei 25000 camici, appartenenti alla partita di 75000, nel tentativo di rientrare nelle spese del mancato guadagno. Sarebbe questo il passaggio all'attenzione dei pubblici ministeri, che stanno indagando al momento per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, convinti che le intenzioni Andrea Dini, presidente di Dama Spa e cognato del governatore Attilio Fontana, non fossero davvero quelle di donare i camici. Per questa ragione i magistrati starebbero valutando anche l'ipotesi di una frode in pubbliche forniture. Forniture che in piena emergenza Covid tra camici ed altri dispositivi di protezione, erano state commissionate dalla regione Lombardia, tra le altre all'azienda del cognato del Presidente Fontana, per un valore di 513000 euro. Una commessa da 75000 pezzi che, secondo l'accusa, solo dopo la richiesta di chiarimenti da parte di alcuni giornalisti, venne trasformata in una donazione di 50000 camici. I 25000 mai inviati alla regione, si tentò di piazzarli sul mercato con un'offerta a 9 euro a camice, anziché a 6 euro. Nell'inchiesta oltre a Dini, al momento risulta indagato anche l'ex numero 1 di ARIA, la centrale acquisti della regione, che qualche giorno fa ha chiesto di essere assegnato ad altro incarico. Resta da chiarire se Fontana abbia avuto o meno un ruolo attivo nella vicenda. Il Presidente ha sempre dichiarato di non aver mai saputo dell'ordine di quei camici.

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