La Sicilia chiude porti e stazioni

18 mar 2020

In treno e in nave in Sicilia possono arrivare solo le merci. Alle persone è vietato spostarsi, a meno di gravi motivi e solo se autorizzate. Collegamenti aerei sospesi ad eccezione di due voli giornalieri da e per Roma in arrivo e partenza da Palermo e Catania. Gli altri scali sono chiusi. Un provvedimento chiesto e ottenuto dal governatore Nello Musumeci per la crescente preoccupazione dopo l'arrivo di migliaia di persone e i primi casi di contagio di familiari entrati in contatto con i figli tornati dal nord. 31 mila sono quelli che hanno registrato la propria presenza sul sito della Regione, prassi obbligatoria, ricordano le autorità, come la quarantena imposta a chi arriva da fuori. I casi di contagio sono ancora in aumento e così i controlli si fanno più severi. Nel weekend 180 persone sono state denunciate perché sorprese fuori casa senza valido motivo o per aver detto il falso. Le misure si fanno ancora più restrittive, ad esempio correre è permesso solo vicino casa. Mentre continua il lavoro di sanificazione di strade e uffici, il Sindaco rinnova l'appello: “Aiutiamoci a fermare una catastrofe collettiva. Restiamo a casa. Restate a casa.” Le saracinesche sono ovunque abbassate. Nel silenzio riecheggia la musica diffusa da balconi e finestre nei flash mob ormai quotidiani. Mentre Confcommercio Sicilia lancia l'allarme per il rischio fallimento per le piccole imprese, se non arriveranno aiuti più sostanziosi di quelli previsti dal decreto, a Palermo chiude gli uffici i call center di Almaviva, in cui 2500 persone gestiscono le chiamate da tutta Italia al numero di emergenza nazionale 1500. Meno di trecento lavoratori lavoreranno da casa. Per gli altri ferie forzate, in attesa che entrino in vigore i provvedimenti previsti dal Governo. “Di fatto, Almaviva oggi è l'unica che chiude il siti. Tutti gli altri stanno lavorando perché non esiste una norma che dica che si debbano chiudere i call center. Non vorremmo che la salute dei lavoratori e la tutela della salute dei lavoratori diventassero un ulteriore elemento di concorrenza e dessero l'alibi a qualcuno per continuare a portare i volumi all'estero. Non ce lo possiamo permettere perché non ci sono alternative lavorative.”.

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