Lampedusa ricorda i 368 eritrei morti il 3 ottobre 2013

03 ott 2020

Per recuperare tutti i corpi dal fondo del mare i sommozzatori dovettero immergersi per molti giorni con lo straziante compito di raggiungere il relitto e portare a galla i resti di bambini e neonati, uomini e donne naufragati quando erano ormai quasi arrivati a terra. Alla fine delle ricerche 366 bare vennero riempite, nessuno ne aveva mai viste tante insieme e non solo a Lampedusa. Dolore e indignazione si diffusero tra la gente come nelle istituzioni e quando appena 8 giorni dopo, l' 11 ottobre, un'altra tragedia ebbe un bilancio altissimo: 268 morti tra cui 60 bambini siriani ed eritrei, quasi tutti dispersi, si disse: mai più morti in mare. Si diede il via alla missione militare ed umanitaria Mare Nostrum, presto però sostituita dall'operazione europea di controllo delle frontiere. Negli ultimi anni sono diminuiti gli arrivi, ma non i morti e dispersi, perché le partenze di chi fugge dalla miseria estrema dei paesi subsahariani, dalle torture dei lager libici non si sono mai fermate. Per fare appello al senso di umanità dei leader europei, per chiedere che si torni a salvare vite in mare invece di ignorare la costante tragedia del Mediterraneo, i sopravvissuti alle due stragi dell'ottobre 2013 tornano sempre a Lampedusa e questo 3 ottobre è diventato ufficialmente giornata della memoria e dell'accoglienza. Lo hanno fatto anche quest'anno, seppur senza la presenza delle centinaia di studenti da tutta Italia e dall'estero per via delle misure anti covid, senza il lungo corteo che abitualmente si snoda come in queste immagini del 2019, tra le strade dell'isola fino alla porta d'Europa, ma stringendosi insieme intorno alle corone di fiori lanciate in mare per ricordare non soltanto le oltre 600 vittime dell'ottobre 2013, ma le 20 mila dei sette anni successivi.

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