Mafia, in manette anche fratello vedova di Vito Schifani

19 feb 2020

La voce rotta dal pianto di Rosaria Costa, riecheggiata ai funerali di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di scorta, tra cui il marito Vito Schifani, è rimasta impressa nella memoria collettiva di un Paese che, a 28 anni dalle stragi di mafia, ancora non conosce la verità completa su chi e cosa c'era dietro quella lunga scia di sangue che attraversava Palermo e l'Italia negli anni Novanta. Perché con il passare del tempo il puzzle della verità, anziché prendere una forma chiara, si scompone di continuo, tra imputati condannati e processi che ricominciano, sparizioni, segreti, depistaggi, false testimonianze e false ricostruzioni. Sullo sfondo quel patto oscuro tra mafiosi e pezzi deviati dello Stato chiamato trattativa. Nella intricata e tragica vicenda siciliana accade anche che le storie delle vittime della mafia si intreccino con le vicende dei mafiosi e così il fratello di Rosaria è finito in manette nell'operazione della DIA che ha portato in carcere otto persone, tra cui il boss dell'Arenella Gaetano Scotto, tornato in libertà nel 2016 dopo vent'anni di carcere e da allora seguito e intercettato. Considerato uomo chiave nei rapporti tra Cosa nostra e ambienti deviati delle istituzioni, Scotto aveva ripreso la guida della cosca della borgata marinara, che lo rispettava e ossequiava al punto da riservargli un posto d'onore nella barca che portava il Santo in processione. Rinchiuso nel carcere palermitano di Pagliarelli, Giuseppe Costa, fratello di Rosaria, vedova dell'agente Schifani, ufficialmente muratore, era considerato uomo al servizio di Gaetano Scotto e della cosca mafiosa. Definito un mafioso riservato, secondo l'accusa aveva il compito, tra gli altri, di riscuotere il pizzo nel quartiere e provvedere all’assistenza delle famiglie dei mafiosi detenuti.

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