Migranti, a scafisti minorenni libertà in prova

06 set 2017

Niente processo e niente comunità, ma l’impegno a svolgere lavori socialmente utili. È quanto deciso dalla Cassazione in una sentenza destinata a creare un importante precedente. Perché? Perché il provvedimento in questione riguarda scafisti minorenni accusati di tratta di esseri umani. È stato, infatti, accolto il ricorso presentato dal difensore di un ragazzo del Gambia che all’epoca dei fatti, nel 2015, era minorenne; un ragazzo catturato assieme ad altri trafficanti mentre trasportava profughi dalla Libia all’Italia. In primo grado, il giovane era stato condannato a Catania a 2 anni e 4 mesi di reclusione e 1 milione di euro di multa. La custodia cautelare era stata sostituita dal collocamento in comunità, ma i giudici avevano negato l’istanza di sospensione del processo e la possibilità di accedere alla messa in prova. Dello stesso avviso anche i magistrati di Corte d’Appello. Da qui il ricorso in Cassazione, con il legale del minore a sottolineare: “La messa in prova non esige l’ammissione del fatto da parte dell’imputato. Quello che conta è, invece, la volontà di intraprendere un percorso di risocializzazione”, orientamento condiviso dalla Suprema Corte, con una decisione che ora riguarderà i casi che vedono imputati minorenni stranieri condannati in primo grado o in appello con pene entro i quattro anni.

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