Morti sospette al Trivulzio, commissione inchiesta Regione

08 apr 2020

Sulla strage silenziosa nelle case di riposo in Lombardia, divenute veri e propri focolai della pandemia, gli accertamenti della magistratura sono sempre più serrati: sequestri di cartelle cliniche e documenti, ma anche testimonianze di ospiti, parenti e personale sanitario per fare luce sulla presunta cattiva gestione dell'emergenza, eventuali negligenze e irregolarità da parte di dirigenti nel contenimento del contagio. L'ultima struttura a finire nel mirino dei magistrati è la storica residenza per anziani di Milano, Pio Albergo Trivulzio. Anche in questo caso l'inchiesta è scattata a seguito di una denuncia e al momento è a carico di ignoti. Numeri alla mano, parliamo di 70 morti nel mese di marzo e 30 nella sola prima settimana di aprile. I reati ipotizzati sono la diffusione colposa di epidemia e la violazione di norme in materia di sicurezza sul lavoro. I vertici della struttura assicurano che è stato fatto il possibile per tutelare l'incolumità di ospiti, pazienti e personale. “Sui 29 decessi - 30 stamattina – che ci sono stati indubbiamente - adesso vediamo un aumento - una ventina sono ascrivibili per sospetto Covid e circa una decina (otto, nove, dieci) a non sospetto Covid”. Anche gli ispettori del Ministero della Salute dovranno accertare se e cosa non ha funzionato, mente Regione Lombardia ha annunciato una Commissione di indagine. Tra i membri ci sarà anche Gherardo Colombo, ex PM di Mani pulite e oggi consulente per la legalità del Comune di Milano. Altro aspetto su cui indaga la Procura sono l'applicazione del piano pandemico e i protocolli a seguito della delibera regionale dell'8 marzo in cui si chiedeva alle strutture per anziani la disponibilità ad accogliere pazienti Covid dimessi dagli ospedali. Così il Trivulzio ha aperto le porte ai malati di Covid-19. Da lì l'aumento repentino del numero dei contagi. “Dopo una settimana neanche, sono venuti in tour quattro persone di loro, tra caposala, dottoresse e infettivologhe, e sono venuti a dirci che le mascherine non le dovevamo assolutamente mettere perché non c'era niente in giro. Poi gli abbiamo detto i nostri numeri di matricola sono questi e noi le mascherine le mettiamo”.

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