Nella pancia del ponte Morandi

05 mar 2021

Chilometri di cavi, centinaia di sensori, telecamere, maxi robot, viaggio nella pancia del nuovo ponte San Giorgio, a Genova, 7 mesi dopo la sua inaugurazione, a più di due anni e mezzo dal crollo del Morandi sul Polcevera, 14 agosto 2018, data indelebile come il dolore straziante per le 43 vittime, quelle macerie guardate dal mondo intero come la tragedia che si poteva evitare, su quelle ceneri uno dei più grandi architetti, Renzo Piano ha disegnato il grande vascello bianco e per la prima volta entriamo nello scafo sotto il manto stradale, sospesi a 40 metri d'altezza, ascoltando il battito del cuore di acciaio e respiro del vento, sorvegliato interamente da una sofisticata tecnologia, gli uomini lasciano il cantiere emozionati come quando si saluta una famiglia, cedendo il posto alla control room. Gli impianti interni all'impalcato servono al monitoraggio della struttura, funzionano come le sinapsi del corpo umano per un costante flusso di dati su quel che succede al passaggio di centinaia di mezzi che ogni giorno percorrono il viadotto che collega la A7 con A10. Nel cassone le centrali di deumidificazione per evitare la corrosione, dell'acciaio agganciati al ponte due robot Wash ideati dall'istituto italiano di tecnologia, scattano ventimila foto in 12 ore e rilevano ogni eventuale anomalia. È una vista sul futuro perché è la prima volta che dei robot monitorano un ponte e quindi questo dovrebbe dare più sicurezza da adesso in poi a tutte le infrastrutture.

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