Ragazzi Interrotti, la storia di Alyssa

12 apr 2021

Sono Alyssa, ho 17 anni, frequento la quarta del Liceo delle Scienze Umane Enrico Fermi di Cecina, e vengo da Rosignano. Ragazzi interrotti 2: Alyssa. "Io vorrei tanto sapere cosa stai pensando?" Non lo so nemmeno io. Un mix. Sono davvero qua? Cosa sto facendo? Dormo, sono sveglia, sogno. Non lo so. Il 7 marzo 2020 fu l'ultimo giorno di normalità. Era un sabato sera come tanti, avevamo in programma un diciottesimo. Diciottesimo che aveva subìto varie modifiche, date dalle discoteche chiuse, che però s'era ridotto ad una pizza tutti insieme. Pizza che ci sembrava una cosa quasi normale, quasi quotidiana e nessuno si poteva immaginare che sarebbe stata l'ultima per un po'. Se ce lo fossimo immaginati l'avremmo vissuta, forse, diversamente, con un po' di cuore in più, perché poi è quello che abbiamo imparato da questa clausura forzata. E per me è stato un trauma, e sottolineo la parola trauma, non me ne vergogno, il fatto di perdere il contatto col mondo. Io non vedendo le persone, anche la mattina quando eravamo in didattica a distanza, pensavo di parlare col muro, e ti sembra di non essere nella tua realtà, dove il contatto la faceva da padrone, dove le mani potevano fare ciò che volevano, e attenzione, io non credo sia, e lo sottolineo, una caratteristica da ... Io credo sia essenzialmente carattere. Mi manca la libertà delle nostre mani e del nostro essere, perché le nostre mani sono un po' gli occhi di tutto...le mie mani, gli occhi di tutto il mondo, no? Quindi è come se mi mancasse una parte... i vostri occhi, insomma, per far capire metaforicamente, una parte molto, molto importante, troppo insomma. Questi mesi sono stati molto difficili, vabbè emotivamente, ovviamente, ma molto anche logisticamente perché quando io ero a casa mia, insomma, nel "meet", la professoressa di matematica era a casa sua con la lavagnetta di quelle elettroniche che ci si disegna col pennarellino e poi si proietta sullo schermo, no? E la professoressa di sostegno, di conseguenza, era a casa propria, o comunque a scuola, e io non potevo stare al telefono con la prof. di sostegno perché diventava impossibile, per il mio cervello, seguire due cose insieme. Quindi una situazione molto, molto particolare, e molto, anche, stressante emotivamente, che rimarcava un problema mio personale, che io cercavo di non sentire così forte. E quando a gennaio mi hanno detto, insomma, che io sarei potuta andare a scuola ogni tanto, io sono andata, onestamente. Prima da sola e poi con un gruppetto. Perché io, per la mia tranquillità, ne avevo bisogno, di capire le materie scientifiche senza difficoltà, avevo bisogno anche proprio dell'ambiente scuola. E ho trovato un clima molto accogliente: le bidelle, insomma, ormai dopo quattro anni affezionate, felici di rivedermi, però la scuola era deserta. Cioè, la prima volta sono andata da sola, poi le volte dopo c'erano tre o quattro compagne, ma, cioè era deserta la scuola, c'era il silenzio che a scuola non c'è mai nemmeno quando tutti i professori spiegano, non c'è mai il silenzio. È stato sconfortante, ecco. Però mi ha tranquillizzato tanto perchè la mia professoressa e le materie scientifiche capite meglio, le professoresse che ho cambiato conosciute meglio, perché in DAD, poi, non riesci nemmeno a stabilire un rapporto quindi mi ha tranquillizzato, mi ha rimesso un po' in pace con me stessa, con la situazione e col mondo, mi ha ricaricato, ecco. Io che non ho mai avuto a che fare con i colori, cioè ma per punto preso eh, perché magari le persone cercavano di spiegarmi "lo sai che il rosso assomiglia a questo e il verde a quest'altro", ho dovuto fare sì che i colori, metaforicamente eh, perché poi se le zone si chiamavano 1-2-3 era uguale però, che i colori entrassero a far parte della mia vita, infatti odierò il rosso per il resto della mia vita, anche se un giorno rivedrò, io odierò il rosso. Però credo che tutto faccia crescere, credo che io esca da questo periodo, che speriamo finisca presto, più consapevole. E, forse, il non vedere mi ha fatto capire che bisogna lottare per raggiungere un obiettivo. A me non manca vedere l'albero, vedere la sedia. A me manca guardare negli occhi le persone e poi mancano i tramonti, il mare, però soprattutto mancano.. mi manca guardare negli occhi le persone. Perché anche se ho imparato a capirle dalla voce, dagli atteggiamenti e forse ci faccio più caso di voi che vedete, credo che il guardare negli occhi dica tutto. Più di parole, di atteggiamenti, di tutto. "Alyssa, se ti dicessi che ci hai lasciato senza parole?". Si va be'...io non credo di aver fatto niente di speciale. "Senti Aly, tu mi hai detto che il tuo sogno sarebbe vedere 24 ore e poi sei a posto per tutta la vita". Cioè, se tra un anno mi dicono "proviamo a farti vedere", è normale che se mi dicono "puoi vedere per sempre", io ti dico grazie mille, non ti dico mi bastano 24 ore, però se dovessi scegliere tra 24 ore o niente, anche se tante persone mi dicono "no, ma sei pazza, poi stai col rimpianto", io le sceglierei subito.

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