Sea watch ribadisce, riportare persone in Libia è crimine

16 giu 2019

Sono stati fatti sbarcare solo in dieci. Neonati, donne, persone malate. Le loro condizioni di salute non erano compatibili con la prolungata permanenza in mare. Lo hanno stabilito le autorità sanitarie che da Lampedusa, a bordo di una motovedetta della guardia costiera, hanno raggiunto la Sea Watch ferma nel cuore del Mediterraneo, e autorizzato trasbordo e sbarco sull'isola. per i soggetti più vulnerabili. Al quinto giorno in mare sulla nave restano in 43, tra cui alcuni minori soli, ragazzini che hanno affrontato il viaggio in Africa e poi la fuga dall'inferno libico senza le loro famiglie. Nessuno di loro toccherà terra, ribadisce il ministro dell'interno che attacca l'ONG per non aver richiesto di sbarcare Libia, Tunisia o a Malta, invia all'equipaggio dell'organizzazione umanitaria, la notifica del divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque italiane, che prevede multe in caso di violazione e la confisca della nave. Come previsto dal decreto sicurezza bis appena entrato in vigore. La replica dalla Sea Watch riportare le persone come richiesto dal governo italiano in Libia significa restituirle alle torture e alle violenze che, come documentato ampiamente sono ormai la regola nel Paese dal quale sono riusciti a fuggire. Sea Watch ha informato rispetto alla propria situazione ottenuto la disponibilità di una rete di 12 città tedesche, fra la prima, quella di Rottenburgs, che si è detta disponibile ad accogliere tutte le 53 persone che erano a bordo della Sea Watch 3. Il governo italiano ne è stato informato, cosi come quello tedesco. Ci auspichiamo che questa sia una soluzione viabile anche se denunciamo come di nuovo lo sbarco sia condizionale alla trattativa politica.

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