Sgombero Roma, palazzo hub per immigrati

26 ago 2017

“Si è trattato di un’operazione di cleaning, per ripristinare la legalità”, aveva detto il prefetto della Capitale, Paola Basilone, all’indomani dello sgombero di centinaia di rifugiati all’interno del palazzo di via Curtatone a Roma, occupato dal 2013, e da sabato scorso posto sotto sequestro. Parole che acquistano un significato ben preciso, oggi, che è più chiaro cosa avveniva all’interno di un palazzo storico di sette piani, il cui valore, prima dell’occupazione, era stimato in 80 milioni di euro. All’interno, secondo le cifre della questura, gli stanziali erano più o meno 250, la maggior parte eritrei ed etiopi, con una popolazione fluttuante che poteva arrivare fino a mille stranieri. Un via vai continuo, difficile da monitorare. Anche per questo il palazzo, inserito nell’elenco degli sgomberi urgenti, stilato dall’ex commissario Tronca, era sotto stretta osservazione da tempo. Diversi i sopralluoghi effettuati dalle forze dell’ordine per prevenire il rischio di infiltrazioni terroristiche. Quel che è certo è che al suo interno vi erano anche infiltrati dei movimenti della casa. Tra i documenti agli atti degli investigatori ci sono decine gli ricevute firmate dai profughi, una sorta di racket degli affitti: 10 euro a persona ogni giorno, per l’alloggio di una stanza. Un giro d’affari sulla pelle dei più poveri, ma gestito da chi? Uno stabile vulnerabile, anche sotto il profilo della sicurezza, come certificato da diverse relazioni dei Vigili del fuoco e dell’Asl. Decine le bombole ritrovate all’interno dello stabile, alcune delle quali poi lanciate dai balconi da alcuni migranti contro le forze dell’ordine all’alba di giovedì scorso. Episodio, quest’ultimo, che ha portato al fermo di cinque migranti, con l’accusa di resistenza aggravata e lesioni, mentre il poliziotto che durante le operazioni di sgombero incitava i suoi a spaccare un braccio ai rifugiati è stato sospeso dal servizio.

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