Strage di Bologna, la testimonianza di Paolo Lambertini

30 lug 2020

Ho ricevuto una telefonata di un amico, il grande amico delle scuole medie, che invece di chiedermi di andare a giocare con lui, di fare cose con lui, mi faceva domande strane, anomale, che non ti aspetti da un amico. Chiedeva se eravamo tutti a casa, dov'era la mia mamma. Quell'ala della stazione era crollata e io sapevo, la conoscevo benissimo perché mia mamma aveva lavorato lì per anni e quel sabato per un gioco di turni era tornata al suo vecchio posto di lavoro. Quello era il posto lavoro di mia mamma, sapevo benissimo dov'era la sua scrivania, dove la sua postazione, quindi da lì c'è stata l'intuizione, il cominciare a comprendere quale poteva essere lo scenario. È stata una vita normale, alla ricerca di un equilibrio diverso. Mio papà mi ha aiutato in questo equilibrio, mi ha aiutato molto, ma ha vissuto tutta la sua vita aspettando di ricongiungersi con sua moglie, quindi con estrema fatica. In maniera abbastanza implicita, facendomi capire che continuava a vivere per me, perché c'ero io.

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