Sempre caro mi fu quest'ermo colle e questa siepe. Il manoscritto autografo de L'infinito è conservato presso la biblioteca nazionale di Napoli, insieme a molti altri preziosi scritti leopardiani, che ancora oggi riservano piacevoli sorprese. Un manoscritto inedito che Leopardi ha compilato nel 1814, quindi, quando era appena sedicenne, su una edizione antica dell'Opera Omnia di Giuliano Imperatore. Finora, è rimasto, diciamo, sepolto fra le carte leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli, è stato da noi identificato e portato alla luce. La grafia è ancora adolescenziale, molto continua, Leopardi stacca poco il pennino dal foglio, ancora un po' involuta, invece poi si evolverà negli anni successivi e diventerà una corsiva elegantissima quella dei manoscritti diciamo più noti. La direttrice Maria Iannotti ci mostra il primo scritto de L'infinito, conservato nel cavau della biblioteca in cui si leggono ancora le parole "celeste confine" poi cancellate, sostituite dal celebre dell'ultimo orizzonte. E poi, ancora, A Silvia, Il sabato del villaggio e l'opera originale dello Zibaldone. Io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura. E come il vento, odo stormir tra queste piante, io, quello infinito silenzio a questa voce vo comparando. Questa è la tomba ufficiale di Giacomo Leopardi o quantomeno, quella in cui si troverebbero, secondo la storiografia classica, i suoi resti. L'unica volta in cui la cassa fu riaperta nel 1900 fu trovata semivuota. All'interno, poche ossa di origine non chiara e il celebre soprabito verde. Sul fatto che il poeta sia sepolto a Parco Virgiliano, c'è chi nutre qualche dubbio; anche perché, nel registro dei morti della parrocchia dell'Annunziata di Fonseca, si legge che il poeta fu sepolto nel Campo Santo dei colerosi, in una fossa comune. Chissà se sapremo mai la verità. Per dirla con Leopardi su questo mistero eterno dell'esser nostro. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio, e il naufragar m'è dolce in questo mare.























