Tramite tra boss in carcere e clan, fermato radicale Nicosia

04 nov 2019

È ritenuto un fedelissimo del boss latitante Matteo Messina Denaro, tanto che lo definiva il suo primo ministro. Antonello Nicosia, esponente dei Radicali e per anni impegnato nelle battaglie per i diritti dei detenuti insieme con una deputata eletta tra le file di Leu, adesso passata ad Italia Viva, è stato arrestato questa notte dai Carabinieri del Ros e dagli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Palermo, con l'accusa di associazione mafiosa. Secondo i magistrati della DDA che hanno seguito l'indagine Nicosia avrebbe approfittato nelle sue visite in carcere per parlare con i detenuti di un certo livello e portare i loro messaggi fuori dal carcere agli uomini alle famiglie mafiose di Sciacca, nell'agrigentino, suo paese di origine. La deputata con la quale Nicosia avrebbe collaborato, Pina Occhionero, non risulta coinvolta nell'inchiesta. In manette è finito anche un boss di Sciacca, Accursio Dimino. Non sapendo di essere intercettato Nicosia, discutendo al telefono con i suoi amici, parlava liberamente di Matteo Messina Denaro, definendolo il suo capo, il suo primo ministro. Poi in macchina, in compagnia di una persona che non è stata ancora identificata, parlava, irridendolo in questo modo, di Giovanni Falcone. Un incidente sul lavoro. Ma poi quello là non era manco registrato quando è stato ammazzato Falcone. Aveva già un incarico politico, non esercitava. Antonello Nicosia secondo i magistrati non si sarebbe soltanto occupato di portare all'esterno i messaggi dei detenuti ma avrebbe anche gestito dei business proprio in società con i capimafia di Sciacca, fatto affari con i clan americani e riciclato denaro sporco. Assieme a Nicosia e Dimino, arrestati per associazione mafiosa, in carcere sono finiti per favoreggiamento Paolo Ciaccio, Luigi Ciaccio e Massimiliano Mandracchia.

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