Anche Apple nei conti offshore di Paradise Papers

È la primavera del 2013 quando il Senato americano accusa Apple di non aver pagato decine di miliardi di tasse ed è l’estate dello stesso anno quando la Commissione europea avvia l’indagine contro la stessa Apple per elusione fiscale, accusandola di abusare del regime di favore esistente in Irlanda, il paese dove ha dirottato tutti gli utili fatti in Europa, pagando pochi spiccioli. Pochi mesi più tardi – siamo nel marzo 2014 – il gigante dell’iPhone si rivolge a uno studio legale specializzato in paradisi fiscali, il suo nome, per ironia della sorte, somiglia a quello della multinazionale: si chiama Appleby. Gli esperti indicano al gigante tecnologico dove si possono pagare meno imposte, ed è così che due controllate di Apple, fino a quel momento domiciliate in Irlanda, spostano la sede fiscale nell’isola di Jersey, nel Canale della Manica, sotto la giurisdizione britannica, dove la tassazione per le società estere è inesistente. Tutto questo emergerebbe dai documenti in possesso del Consorzio internazionale di giornalismo investigativo, i cosiddetti Paradise Papers. Se le cose sono andate così, Apple sarebbe corsa ai ripari non appena ha saputo che era sotto il faro di Washington e di quello di Bruxelles, e poco prima che Dublino mettesse un freno alle super-agevolazioni fiscali, che hanno permesso a Cupertino di risparmiare tredici miliardi di euro di tasse. Il gigante, fondato da Steve Jobs, respinge le accuse dei Paradise Papers, ma dai nuovi documenti emergerebbe che le due sussidiarie irlandesi di Apple che avrebbero traslocato a Jersey controllerebbero gran parte degli oltre duecento miliardi di dollari che il gigante tiene fuori dai confini americani, al riparo dal fisco.


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