Ipotesi web tax, imposta al 3 per cento ma sale gettito

Bene che vada, i primi soldi arriveranno tra due anni. La web tax, l’imposta che l’Italia introduce con la manovra per frenare l’elusione fiscale delle multinazionali digitali, cambia alla Camera, ma non viene modificata l’entrata in vigore. Solo dal 1° gennaio 2019, quindi, questo nuovo balzello sarà operativo, il che vuol dire che il relativo gettito arriverà in cassa non prima di un biennio. Le modifiche proposte alla Commissione bilancio di Montecitorio riguardano anche la percentuale del prelievo. Si abbassa dal 6 al 3 per cento, ma poiché si amplia la cosiddetta “base imponibile”, cioè quanto sottoposto a tassazione, gli introiti per l’erario saranno di 190 milioni l’anno, anziché 114, come ipotizzato a Palazzo Madama. L’imposta colpirà le transazioni digitali relative ai servizi, pubblicità in primis, ma non il commercio elettronico. Salta anche il meccanismo del credito d’imposta. Il prelievo del fisco sarà diretto, senza l’intervento delle banche, con la forma di una ritenuta, ma ci saranno delle esenzioni pensate per piccole imprese e nuove aziende, in quanto l’obolo scatterà solo se si raggiunge un minimo di 3.000 transazioni in un anno. La fisionomia della web tax è comunque da definire con maggiore precisione. Per questo, sono previsti altri provvedimenti. Alla pubblicità vanno, infatti, aggiunti e precisati gli altri servizi da sottoporre all’imposta. Si tratta, insomma, di un primo passo per evitare che i giganti hi-tech continuino a spostare gli utili in Paesi dove il fisco è molto più leggero, pagando, così, molto meno rispetto alle imprese tradizionali. Per avere un’idea di questo fenomeno basti ricordare come Amazon la scorsa settimana abbia chiuso un accordo con l’Agenzia delle entrate per pagare 100 milioni che le erano stati contestati dalla Guardia di Finanza. Provvedimenti analoghi, ma con cifre superiori avevano in precedenza riguardato Google e Apple, mentre Facebook, che nel 2016 ha versato appena 267.000 euro, ha annunciato che inizierà a pagare le tasse sulla pubblicità in Paesi dove raccoglie le sponsorizzazioni, Italia compresa.


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