Con la pandemia è boom di attacchi hacker

11 mag 2021

Nell'economia dei dati le informazioni si pagano a peso d'oro, lo sanno anche i criminali. Da tempo i tentativi di hackeraggio a scopo di estorsione sono infatti in aumento. Il fenomeno si chiama "ransomware", ovvero un attacco hacker che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede un pagamento di un riscatto per ripristinarli o per non diffonderli. L'ultimo esempio è l'attacco contro l'oleodotto Colonial Pipeline, negli Stati Uniti. Lungo quasi di 9 mila chilometri, principale fornitore di carburante per l'east coast americana. I responsabili, il gruppo di hacker Darkside, hanno rivendicato l'azione, ammettendo che l'obiettivo è proprio fare soldi. Con la crescente rilevanza della rete per il business delle imprese, i cyber-criminali hanno fatto ottimi affari. Nel 2020 i riscatti pagati dalle vittime sarebbero cresciuti nel mondo del 336%. Usiamo il condizionale perché i dati si riferiscono solo ai casi di estorsione resi pubblici. Le aziende colpite infatti, per evitare cattiva pubblicità, possono essere spinte a mantenere il riserbo. L'oleodotto americano non è il primo caso di infrastruttura colpita ma generalmente sono le aziende i target preferiti dai cyber-criminali in cerca di un riscatto, anche in Italia. Secondo il rapporto Clusit, in due attacchi informatici su tre, l'obbiettivo è estorcere denaro. Nel 2020 gli attacchi hanno coinvolto realtà del calibro di Enel, Campari, Luxottica e Geox. E anche le amministrazioni pubbliche possono essere vulnerabili. Il Comune di Brescia, per esempio, è finito recentemente nel mirino degli hacker, che hanno chiesto 1,3 milioni di euro di riscatto. Con l'esplosione dello smart working e delle comunicazioni online, le vulnerabilità informatiche si sono moltiplicate e nessuno, dagli oleodotti americani ai comuni italiani, può dirsi al sicuro.

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