Decreto maggio, nodi su immigrazione e reddito di emergenza

06 mag 2020

Il decreto maggio è diventato un intrico complicato di temi che stanno facendo discutere la maggioranza e ne stanno ritardando l'approvazione. I fronti aperti sono molti, uno dei più caldi è la regolarizzazione dei migranti senza permesso di soggiorno che lavorano in nero nei campi e nelle nostre case, proposta partita dalla ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, che riguarda mansioni essenziali oggi quantomai complesse da gestire. Difficile calcolare quante persone riguarderebbe anche perché dipende da quali lavoratori si decide di regolarizzare: se solo i braccianti o anche colf, badanti e magari chi lavora nell'edilizia, ma potrebbero arrivare a 600 mila. Fa discutere poi la possibilità che lo Stato, oltre a intervenire per imprese più grandi, entri nel capitale delle imprese di medie dimensioni in difficoltà. In primo luogo perché potrebbe perdere soldi se li investisse in aziende non sane. "Non avverrà", assicura il viceministro all'Economia Misiani, ma anche perché la politica potrebbe avere potere decisionale sulle scelte strategiche aziendali. Non a caso il Premier Conte tenta di rassicurare: "non vogliamo inaugurare una stagione di nazionalizzazioni". In tema di occupazione, a far discutere è un'idea portata avanti dalla ministra Nunzia Catalfo: "far lavorare meno ore a parità di salario, magari integrando il tempo che si libera in percorsi di formazione. Il costo per garantire al lavoratore di non perdere la retribuzione, pur lavorando di meno sarebbe a carico dello Stato, in parte, come già avviene per i contratti di solidarietà". Una misura che mira anche a ridurre il numero di occupati presenti contemporaneamente in azienda, ma che potrebbe rivelarsi molto onerosa, anche se secondo la task force innovazione avrebbe costi inferiori all'attuale finanziamento della cassa integrazione. E infine c'è il reddito di emergenza, cioè quello strumento pensato per aiutare chi non è coperto da altri sussidi ad esempio i lavoratori in nero o i precari. La misura riguarderebbe un milione di famiglie con importi che andrebbero da 400 a 800 euro. Il nodo da sciogliere, oltre alla verifica dei requisiti e alla coesistenza con il reddito di cittadinanza, riguarda la durata. C'è chi teme che possa diventare un nuovo costoso intervento strutturale di un welfare già appesantito dalle molte misure varate finora. Tutti temi di grande portata e complessità e per sciogliere i nodi non restano che pochi giorni.

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